mercoledì 29 luglio 2009

Storia della Scienza: Evoluzionismo

La linea sottile tra Tarzan e Cheeta
Marco Cattaneo

Sei o sette milioni di anni sono pochi o molti, secondo il metro con cui li si guarda. Fin troppi, sulla scala di una vita umana, un soffio per l’intera storia della vita sulla Terra. Non sono molti nemmeno per i processi evolutivi di specie complesse, come i mammiferi o, meglio ancora, i primati, tant’è che in questo arco di tempo – quello che separa la linea evolutiva dell’uomo e dello scimpanzè – il nostro genoma e quello dei nostri più vicini parenti nel mondo animale sono cambiati di pochissimo: il 99 per cento del nostro patrimonio genetico è identico al loro.La notizia è vecchia di qualche anno, e colse di sorpresa anche i biologi. Come era possibile che le enormi differenze morfologiche e cognitive tra Tarzan e Cheeta – il suo inseparabile amico, che nella realtà si chiama Jiggs, ed è arrivato alla veneranda età di 76 anni – fossero tutte lì, condensate in pochi milioni di «refusi» su un testo della spropositata lunghezza di tre miliardi di caratteri, un «errore» ogni cento lettere? Per di più, secondo la teoria dell’evoluzione, la maggior parte di quelle differenze dovrebbe essere del tutto ininfluente sulla nostra biologia. Eppure, non poteva essere altrimenti.Grazie ai progressi della bioinformatica – come racconta a p. 46 Katherine Pollard in Che cosa ci rende umani? – cominciano a venire alla luce alcune sequenze che, nel corso della storia umana, hanno subito una rapida evoluzione. Sono stringhe di DNA conservate anche per centinaia di milioni di anni – quelli che separano le linee evolutive di polli e scimpanzè – che all’improvviso cambiano in Homo sapiens. Così l’analisi comparata del genoma dell’uomo e dello scimpanzè ci sta finalmente svelando perché siamo quel che siamo, aiutandoci anche a scoprire il sofisticato linguaggio del DNA.Tra questi segmenti di genoma ci sono sequenze che contengono geni, ovvero codificano per proteine, e sequenze regolatrici, cioè geni che codificano per RNA senza venire tradotti in proteine, e ancora sequenze le cui funzioni restano, per il momento, un enigma. Alcune, invece, sono già chiare, e coinvolgono l’architettura della corteccia cerebrale e lo sviluppo del linguaggio, ma anche l’attività genica che controlla lo sviluppo della mano e la capacità di digerire il lattosio: un’acquisizione recente – di circa 9000 anni fa – che ha permesso alle antiche popolazioni europee e africane di alimentarsi con il latte degli animali d’allevamento.In quella stessa epoca, alla periferia dei primi insediamenti umani basati su agricoltura e allevamento, cominciavano ad affacciarsi i più curiosi e intraprendenti esemplari di una specie che, vincendo la proverbiale diffidenza dei felini, ci avrebbe fatto compagnia fino ai giorni nostri: i gatti. In realtà, fino a poco tempo fa si credeva che il gatto fosse stato addomesticato dagli Egizi, ma le recenti scoperte illustrate da Carlos Driscoll e colleghi in Le origini del gatto domestico ne segnalano la presenza quasi 10.000 anni fa, nella Mezzaluna Fertile.A differenza di polli e maiali, ovini e bovini, i gatti non potevano avere alcun ruolo nell’alimentazione umana. Ai nostri antenati, casomai, faceva comodo quella loro incomparabile abilità nel dare la caccia ai topi, che evidentemente erano già un fastidio in quei primi abbozzi di villaggio.Driscoll e colleghi ci spiegano anche che i gatti domestici derivano tutti dalla stessa sottospecie di gatto selvatico, e riconoscono – come chiunque ne abbia avuto uno in casa – che in realtà non sono mai stati addomesticati del tutto. E anche quando hanno un pasto assicurato ancora non rinunciano al crudele piacere della caccia ai topi. Nemmeno il mio, Simba, che me li lasciava regolarmente in dono sul tappetino del bagno. Ma questa è un’altra storia.
Divulgazione Scientifica, Storia della Scienza, Evoluzionismo
da lescienze.it

Nessun commento:

Posta un commento