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martedì 29 settembre 2009

Divulgazione scientifica: Misure della storia dell'astronomia, tempo

Il problema della longitudine
Divulgazione scientifica: storia della scienza, astronomia, misure astronomiche, tempo

All'inizio del XIX secolo, la difficoltà di misurare la longitudine in alto mare era stata identificata come un serio ostacolo alla navigazione oceanica. Si trattava di un problema di tipo non teorico, ma pratico; infatti, l'astronomia forniva metodi per calcolare questa coordinata terrestre, il più seguito dei quali era basato sulla determinazione della posizione della Luna rispetto a stelle di posizione nota e poi, mediante apposite 'tavole lunari', sulla deduzione dell'ora solare che in quel momento si aveva in un dato meridiano, per esempio quello di Greenwich; poiché era nota, o comunque facilmente misurabile a partire dall'altezza del Sole sull'orizzonte, l'ora solare locale, la differenza tra questa e la contemporanea 'ora del meridiano' dava la longitudine, considerando che ogni ora corrisponde a 15° di longitudine.
Questa procedura richiedeva misurazioni molto delicate - relative alla posizione della Luna -, nonché calcoli complessi e lunghi, per cui notevoli energie intellettuali furono sempre dedicate a trovare metodi più semplici, atti a essere usati anche da marinai non dotati di un'approfondita cultura astronomica. Così, fu tentata una via attraverso la misurazione di parametri relativi al campo magnetico terrestre.
Nel 1701 Edmond Halley (1656-1742), astronomo, filosofo naturale e navigatore, realizzò una carta che riportava i valori della declinazione magnetica - cioè della variazione del Nord indicato dalla bussola rispetto al vero Nord - su tutto l'Oceano Atlantico. Nel corso di due viaggi egli aveva raccolto i dati della declinazione relativi a circa 150 posizioni e li rappresentò in quella forma di mappa altamente innovativa che segnava le linee - poi dette 'linee isogone' - mediante le quali erano uniti punti che avevano la stessa declinazione e curvavano dolcemente attraverso l'oceano. Successivamente realizzò una seconda mappa, che pretendeva di coprire il mondo intero, basandosi sulle misurazioni compiute da marinai che avevano viaggiato nell'Oceano Pacifico e nell'Oceano Indiano più di quanto avesse fatto lui stesso. Halley sosteneva che, individuando sulla mappa la linea corrispondente alla declinazione che essi misuravano nel punto in cui si trovavano, i navigatori avrebbero potuto determinare la loro posizione in qualunque oceano navigassero; sfortunatamente, queste carte si rivelarono inesatte e difficili da riprodurre in un formato pratico per i marinai. Metodi per una soluzione 'magnetica' del problema della longitudine continuarono a essere presentati anche dopo l'istituzione nel 1714 della Commissione per la longitudine, che ricevette dal Parlamento inglese l'autorizzazione a elargire fino a 20.000 sterline per un'eventuale soluzione del problema. La lotta per assicurarsi il premio spinse gli sperimentatori a lavorare al perfezionamento sia delle normali bussole di declinazione sia di quelle d'inclinazione, introducendo innovazioni che non sempre furono facili da mettere in pratica durante la navigazione.
Alla fine, com'è noto, il 'problema della longitudine' fu risolto dal costruttore inglese di orologi John Harrison (1693-1776), il quale vinse il concorso (ma non l'intero premio in denaro) per aver realizzato cronometri capaci di conservare l'ora locale di un porto di partenza con uno scarto di pochi minuti in qualche mese di navigazione e che consentivano di ricavare la longitudine in mare dalla loro indicazione nell'istante del mezzogiorno locale, desumibile semplicemente - come accennato - dall'osservazione della massima altezza del Sole sull'orizzonte. Tuttavia, a causa della scarsissima quantità di tali cronometri allora disponibile, per gran parte del XVIII sec. le soluzioni magnetica e astronomica sembrarono le più plausibili per risolvere il problema.
Durante il suo primo viaggio, rilevando i contorni costieri della Nuova Zelanda nel 1769-1770, il capitano James Cook (1728-1779) usò le osservazioni lunari e il calcolo del tempo di un transito di Mercurio per determinare la longitudine, ma durante il secondo viaggio, compiuto tra il 1772 e il 1775, egli optò per uno dei cronometri di Harrison. Affinché si potesse far fronte al problema della longitudine in maniera più generale occorreva una certa distribuzione del lavoro: gli artigiani dovevano essere formati in modo tale da poter riprodurre fedelmente i cronometri di Harrison, mentre i marinai dovevano essere istruiti sulla loro manutenzione. Si rivelò più facile risolvere il problema organizzando la produzione di un congegno meccanico, piuttosto che rivolgersi a mezzi alternativi e istruire i navigatori su come servirsi della misurazione delle distanze lunari per ricavare la posizione.
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sabato 26 settembre 2009

Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Storia dell'astronomia, Tempo

La musa impara a scrivere


Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Storia dell'astronomia, tempo

La scrittura viene dai Sumeri. La patria della scrittura cuneiforme si trova in Mesopotamia, nei bacini dei fiumi Tigri ed Eufrate, proprio dove oggi si combatte una sanguinosa guerra di conquista. Il termine "cuneiforme" significa letteralmente "a forma di cuneo" e deve la propria origine all'aspetto a forma di cuneo dei piccoli tratti che caratterizzano i segni della scrittura mesopotamica. Le origini della scrittura sumera sono da ricercare nelle esigenze sorte nell'ambito dell'economia e dell'amministrazione pubblica. Con la crescita della produttività del paese, dovuta al controllo dello stato sui sistemi di canalizzazione e irrigazione, la produzione agricola in eccesso fu raccolta nei depositi e nei granai cittadini, e questo rese necessaria l'istituzione di una contabilità sia delle merci che provenivano dalle città sia dei prodotti manufatti che lasciavano le città per la campagna. Inizialmente la scrittura è logo - grafica con cui è semplice dare espressione a termini concreti, come "pecora" per mezzo dell'immagine della pecora, ma questo modo della raffigurazione deve ben presto evolversi in un metodo in cui le immagini possano esprimere non solo gli oggetti che essi rappresentano ma anche le parole a cui questi possono essere in un secondo momento associati. Così l'immagine del sole può rappresentare secondariamente le parole "luminoso, bianco" e in seguito anche "giorno".

Una logografia di questo tipo ha l'inconveniente di non poter esprimere molte parti del discorso e forme grammaticali, molto più seri sono i limiti del sistema in relazione alla scrittura dei nomi propri. Fu proprio la necessità di una rappresentazione adeguata dei nomi propri a portare infine allo sviluppo della fonetizzazione, il cui principio consiste nell'associazione di parole di difficile scrittura con segni che assomiglino a queste parole nel suono e che siano facili da disegnare.


Il nome della scrittura geroglifica degli Egizi deriva dal greco ieroglyphica grammata e deve la sua origine alla credenza che questo tipo di scrittura fosse usato principalmente dagli Egizi per fini sacri e su pietra (ieros significa "sacro" e glyphein significa "incidere"). È un metodo di scrittura descrittivo - figurativo, che consiste nel raffigurare un evento trascurando completamente, come nell'arte, il proposito fondamentale della scrittura in senso proprio che è quello di riprodurre il flusso della lingua parlata. Per tutta la sua storia l'egiziano fu una lingua logo - sillabica. La forma di scrittura geroglifica, usata principalmente per essere esposta pubblicamente, non era la scrittura della vita pratica quotidiana. Per questo scopo gli Egizi svilupparono due forme di scritture corsive, dapprima la ieratica e poi la demotica. Una volta introdotto, il principio di fonetizzazione si diffuse rapidamente. Con esso si aprirono orizzonti mai esplorati all'espressione di tutte le forme linguistiche, non importa quanto astratte esse fossero, per mezzo di simboli scritti. Nei geroglifici la cosa è rappresentata con un legame forte tra simbolo e referente, e l'alfabeto spezzerà questo rapporto.
Nella dicotomia oralità - scrittura la verità risiede nell'essere in presenza. Socrate, così come Gesù, non ha scritto i suoi insegnamenti, sono stati altri a trascriverli. Secondo la tradizione ebraica la Torah orale è anteriore alla Torah scritta, della quale è l'interpretazione e Machloqet significa discussione polemica tra due maestri a proposito di un argomento. La discussione è possibile in quanto la legge è "Halakah" ossia cammino, passo. La discussione può nascere in quanto la legge non è un prodotto ma una produzione. Gli esami universitari, gli esperimenti scientifici e i processi giudiziari si effettuano in presenza e oralmente. Inoltre la comunicazione orale non è fatta dal solo messaggio linguistico e dal suo contenuto razionale, ma dai tratti sovrasegmentali, cioè la prossemica e la cinesica.
Secondo i greci "essere" significa "essere in presenza", per esempio per contare qualcosa è necessario essere in presenza del fenomeno osservato. In un ontologia così concepita il concetto di tempo non include il presente ma il passato (che è ricordo e memoria) e il futuro (che è l'incerto). Questa concezione ci permette di non restare imbrigliati nel paradosso di Agostino e Heidegger secondo cui il presente non esiste perché divide due cose che non esistono: il passato che non c'è più e il futuro che non c'è ancora. Platone così scrisse nel Timeo : " Ma le danze di questi astri e i loro incontri, e i ritorni e gli avvicinamenti dei circoli, e quali dèi nei congiungimenti siano vicini fra loro e quanti opposti, e dietro a quali, coprendosi a vicenda, e in quali tempi si nascondano a noi, e di nuovo apparendo mandino terrori e segni delle cose future a quanti non sanno questi calcoli, tutte queste cose sarebbe vana fatica spiegarle senza avere avanti agli occhi le loro immagini. " (40 d).
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domenica 6 settembre 2009

Divulgazione Scientifica: Astronomia, storia dell'astronomia

Le costellazioni circumpolari boreali

Divulgazione Scientifica: Astronomia, storia dell'astronomia

Tum quoque de ponto surgit Delphinus ad astra,
oceani caelique decus, per utrumque sacratus.
Quem rapido conatus Equus comprendere cursu
festinat pectus fulgenti sidere clarus
et finitur in Andromeda, quam Perseus armis
eripit et sociat sibi.

E poi anche, dal mare, assurge agli astri il Delfino,
ornamento dell'Oceano e del cosmo, eletto per entrambi gli elementi.
Con travolgente galoppo, tendano di raggiungerlo, accelera
il Cavallo, con una stella fulgente che gl'illumina il petto,
ed è concluso in Andromenda, che Pérseo armato
libera e a sé congiunge.

Manilio, Il poema degli astri libro I (344 - 351)

Cepheusque et Cassiepia
in poenas signata suas iuxtaque relictam
Andromedan, uastos metuentem Pristis hiatus,
[expositam ponto deflet scopulisque reuinctam]
ni ueterem Perseus caelo quoque seruet amorem
auxilioque iuuet fugiendaque Gorgonis ora
sustineat spoliumque sibi pestemque iudenti.


E poi Cefeo e Cassiopea,
in atto che ne figura la condanna e pressa alla derelitta
Andromeda, paurosa delle fauci immani della Balena,
[la piange esposta alla marina e incatenata agli scogli]
se Pérseo anche in cielo non fosse fedele all'antico amore
e non le porgesse soccorso e non sorreggesse il non contemplabile volto
della Gòrgone, trofeo per lui e rovina per chi vi fissi lo sguardo.

Manilio, Il poema degli astri libro I (354 - 360)

Astrorum quidam uaris dixere figuras,
signaque diffuso passim labentia caelo
in prprium cuiusque genu causasque tulere;
Persea et Andromedan poena matremque dolentem
soluentemque patrem, raptamque Licaone natam,

Taluni hanno poi parlato delle varie configurazioni celesti,
e delle costellazioni che s'aggirano diffuse negli spazi sterminati
stabilirono la qualità e le origini proprie di ognuna;
e di Pérseo perché libera dal supplizio Andromeda e dal dolore
la madre e il padre, e della figlia di Licaone per il ratto subito,

Manilio, Il poema degli astri libro II (25 - 29)


Ater in aduersum positus succedit ad Arctos
et paulum a boreae gyro sua fila reducit
transitque inuersae Cassiepiae,
inde per obliquum descendes tangit Olorem [.]
Geminosque per ima
Signa secat, subit Heniochum, teque, unde profectus,
Cassiepia, petens super ipsum Persea transit
orbequem ex illa coeptum concludit in ipsa;

L'altro circolo, messo di traverso al primo, si accosta alle Orse
e un poco arretra il proprio tracciato dal giro boreale
e passa attraverso la costellazione della capovolta Cassiopea,
quindi discendendo in senso obliquo va a toccare il Cigno [.]
a taglia i Gemelli attraverso la parte
bassa del segno, passa sotto l'Auriga e a te, donde partiva,
o Cassiopea, volgendosi passa al di sopra esatto di Pérseo,
e l'orbita da quella cominciata in essa conclude;

Manilio, Il poema degli astri libro I (684 - 387) (695 - 398)


Iam tum, cum Graiae uerterunt Pergama gentes,
Arctos et Orion aduersis frontibus ibant,
haec contenta suos in uertice flectere gyros,
ille ex diuerso uertentem surgere contra
obuius et toto sempre decorrere mundo.


Già allora, quando le genti Graie spiantarono Pergamo,
l'Orsa e Orione andavano su fronti opposti,
questa astretta a volgere le proprie orbite sul polo,
quello a sorgerle di fronte quand'essa ruota
dal lato opposto e a scorrere sempre per l'universo intero.

Manilio, Il poema degli astri libro I (501 - 505)


Circulus ad borean fulgentem sustinet Arcton
sexque fugit solidas a caeli uertice partes.

Un Circolo sostiene la splendente Orsa boreale
E si discosta di sei gradi pieni dal polo celeste.

Manilio, Il poema degli astri libro I (566 - 567)

Nec paribus posiate sunt frontibus: utraque caudam
uergit in alterius rostro sequiturque sequentem.
Has inter fusus circumque amplexus utramque
diuidit et cingit stellis ardentibus Anguis,
ne coeant abeantue suis a sedibus umquam.

Né sono collocate fronte a fronte: entrambe la coda
Orientano sul muso dell'altra e si seguono a seconda.
Disteso tra costoro e all'intorno abbracciandole, entrambe
Separa e circonda il Serpente con ardenti stelle,
che non si congiungano o mai s'allontanino dalle sedi loro proprie.

Manilio, Il poema degli astri libro I (303 - 307)


A tergo nitet Arctophylax idemque Bootes,
quod simili iunctis instat de more iuuencis,
Arcturumque rapit medio sub pectore secum.

A tergo risplende il Guardiano delle Orse, ovvero Boote,
poiché in simile maniera pungola giovenchi aggiogati,
e trascina con sé sotto il petto, al centro, Arturo.

Manilio, Il poema degli astri libro I (316 - 318)


Maioremque Felice maior decircinat arcum
(septem illam stellae certantes lumine signant),
qua duce per fluctus Graie dant uela carinae.

E l'arco maggiore lo sviluppa l'Elice maggiore
(sette stelle la distinguono, in gara di luminosità tra loro),
e con essa che le conduce spiegano le vele tra i flutti le Graie carene.

Manilio, Il poema degli astri libro I (296 - 298)


At qua fulgentis caelum consurgit ad Arctos,
omnia quae summo despectant sidera mundo
nec norunt obitus unoque in vertice motus
in diuersa cient caelumque et siderea torquent,
aera per gelidum tenius deducitur axis
libratumque regit diuerso cardine mundum;

Ma là dove il cielo culmina col fulgore delle Orse,
che dalla vetta del cosmo contemplano verso il basso tutto il firmamento,
né sanno che sia scomparire e su di un solo vertice in senso opposto
avviano il movimento e al cielo e stelle danno l'impulso a ruotare,
un asse sottile si delinea attraverso il gelo dell'aria
e regge l'universo equilibrato con opposti perni;

Manilio, Il poema degli astri libro I (275 - 280)

His inter solisque uias Arctosque latentis,
axem quae mundi stridentem pondere torquent,
orbe peregrino caelum depingitur astris,
quae notia antuqui dixerunt sidera uates.

Da questi astri, tra le vie del sole e le Orse nascoste
che fanno girare l'asse del cosmo cigolante sotto il suo peso,
è trapuntato il cielo nell'emisfero ch'è forestiero per noi:
australi dissero gli antichi vati queste costellazioni.


Manilio, Il poema degli astri libro I (443 - 446)

Divulgazione Scientifica: Astronomia, storia dell'astronomia, Osservazione astronomica

giovedì 3 settembre 2009

Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Astronomia, Osservazione Astronomica

Il modello di Tolomeo
Divulgazione scientifica, storia della scienza, storia dell'astronomia, astronomia

I Sumeri, i Babilonesi, gli Egizi furono attenti e scrupolosi osservatori dei fenomeni celesti, ma solo i Greci riuscirono ad ottenere importanti risultati nell'impresa di razionalizzare le osservazioni effettuate. Gli astronomi greci si proposero tra gli obiettivi primari del loro lavoro la costruzione di un modello geometrico dei fenomeni celesti che ne consentisse sia una semplice e corretta interpretazione, sia una facile e affidabile previsione.
L'impresa degli astronomi greci di geometrizzare l'Universo trovò la sintesi migliore nell'opera dell'alessandrino Tolomeo (100-170 d.C.), che ideò un sistema in grado di rendere conto dei movimenti di tutti i corpi celesti, compresi i pianeti, con una precisione che in generale è anche superiore a quella consentita dalle rilevazioni eseguite a occhio nudo. I Tolomei d'Egitto fecero di Alessandria la splendida capitale culturale dell'ellenismo. Qui essi crearono il Museo ( Mouseion , luogo consacrato alle Muse), dove gli studiosi, mantenuti a spese del sovrano, potevano lavorare con particolare efficacia data la ricchezza di mezzi di ricerca e di materiale scientifico messo a loro disposizione. I 700.000 volumi raccolti nelle biblioteche del Museo rappresentavano praticamente tutto lo scibile umano del tempo, e ad esso gli studiosi di scienze e di letterature poterono attingere con grande profitto, sviluppando quel processo di specializzazione che già nel IV sec. a.C. era cominciato nella scuola di Aristotele.
Il modello di Tolomeo è qualificato come geocentrico perché pone la Terra all'interno delle orbite descritte dai pianeti, dal Sole e dalla Luna, anche se in posizione leggermente eccentrica, cioè un po' spostata rispetto al centro del sistema. Il sistema tolemaico, inoltre, presenta le seguenti caratteristiche:
- i pianeti si muovono lungo circonferenze (epicicli) i cui centri, a loro volta mobili, descrivono altre circonferenze, dette deferenti;
- la sfera celeste ruota attorno al proprio asse nel tempo di circa 24 ore;
- gli astri sono posizionati a distanze diverse dalla Terra e in una successione ben precisa (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse);
- il moto degli astri è determinato da un motore esterno (Primo Mobile), il quale riesce a vincere la passività che caratterizza la materia.
Fra le diverse osservazioni interpretate in modo convincente dal modello tolemaico ne riportiamo solo alcune. Il giorno sidereo, che è il tempo intercorrente fra due passaggi consecutivi di una stella sullo stesso meridiano, corrisponde al tempo impiegato dalla sfera celeste per completare il suo moto attorno alla Terra. Questo moto giornaliero, che avviene in senso orario da Est verso Ovest, coinvolge anche gli altri astri che, così come la sfera celeste, ruotano attorno alla Terra in senso orario, sorgendo da punti prossimi all'Est e tramontando in punti prossimi all'Ovest. Il Sole, la Luna e i pianeti, inoltre, realizzano un moto di rivoluzione attorno alla Terra in senso antiorario, da Ovest verso Est, e lo completano in tempi diversi. I moti di rivoluzione del Sole, della Luna e dei pianeti attorno alla Terra, ipotizzati da Tolomeo, spiegano in particolare perché:
- il Sole culmina su un determinato meridiano con un ritardo di circa 4 minuti rispetto alle stelle fisse (il giorno solare è perciò più lungo del giorno sidereo);
- l'intervallo di tempo fra due fasi lunari dello stesso tipo è di 29 giorni e circa 13 ore (tanto è il tempo impiegato dalla Luna per completare il suo moto di rivoluzione, mentre quello del Sole è di 365 giorni e circa 6 ore).
Il modello tolemaico, grazie all'invenzione degli epicicli e dei deferenti, riesce a spiegare bene anche perché in alcuni momenti il moto dei pianeti, pur avvenendo sempre in senso antiorario (diretto), può apparire da un osservatore terrestre come se si realizzasse in senso orario (retrogrado) dando l'impressione di un loro retrocedere.
È senza dubbio fra i migliori modelli proposti dagli astronomi greci e per oltre quindici secoli ha rappresentato un sicuro riferimento per tutti gli studiosi del cielo.
Anche coloro che avrebbero abbattuto Tolomeo lo trattarono con grande deferenza e lo considerarono un maestro. Copernico costruì il De revolutionibus sullo schema dell' Almagesto , concependolo quasi come una semplice correzione dell'opera dell'astronomo alessandrino, e Galileo sostenne di non avere "imparato astronomia da quei maestri delle prime bozze (come gli espositori della "sfera", ndr ), ma da Tolomeo". All'inizio del capitolo abbiamo già spiegato che non è sbagliato affermare che il Sole gira intorno alla Terra perché ciò è esatto dal punto di vista dell'osservatore; il movimento infatti non è una proprietà dell'oggetto come ad esempio la dimensione e il peso, dunque i movimenti degli astri e dei pianeti non sono ad essi connaturati. Il movimento è una proprietà dell'oggetto rispetto all'osservatore: noi affermiamo ad esempio che qualcosa sta alla nostra destra o alla nostra sinistra rispetto alla nostra posizione e due individui posti di fronte, sulla stessa riva di un fiume, vedono il corso d'acqua uno alla propria destra l'altro alla propria sinistra. I punti di vista di Tolomeo e di Galileo sono perfettamente equivalenti a causa della proprietà relazionale. Delle due la rappresentazione geocentrica è la più intuitiva ma ha un punto debole: presenta un errore fisico nel posizionamento dei pianeti. Nel systema mundi di Tolomeo è Venere, anziché Mercurio, a essere schierato vicino al Sole, e questo a causa dell'assunto secondo cui gli oggetti più vicini hanno periodi più brevi di percorrenza nel cielo. I Greci non erano interessati alla distanza degli astri e dei pianeti quanto piuttosto alla posizione angolare.
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mercoledì 2 settembre 2009

Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Astronomia, Osservazione Astronomica, Storia dell'astronomia

La precessione Luni-solare


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La Terra è rigonfia all'equatore, di conseguenza l'azione gravitazionale del Sole e della Luna è più intensa in corrispondenza di questa zona che su tutte le altre regioni della Terra. Poiché l'asse terrestre è inclinato, l'asse dell'equatore e dell'eclittica non coincidono. L'azione attrattiva del Sole e della Luna tendono a raddrizzare l'asse terrestre rispetto al piano dell'eclittica e a far coincidere i due piani. La rotazione della Terra determina, da parte dell'asse, una risposta tale che questo tende ad oscillare rispetto al piano dell'eclittica, descrivendo un doppio cono con vertice comune nel centro della Terra. A tale movimento è stato dato il nome di precessione luni-solare. Per una migliore comprensione del fenomeno descritto, si può pensare ad una trottola in movimento con l'asse di rotazione inclinato. La forza di gravità tende a portare l'asse in posizione orizzontale e farebbe cadere la trottola se questa fosse ferma. Ciò però non avviene perché la trottola gira: per l'azione combinata della gravità e del moto di rotazione, l'asse effettua un movimento conico facendo oscillare la trottola. Il moto di precessione si completa in 26.000 anni. Nonostante la sua notevole lentezza, fu individuato nel II sec. a.C. dall'astronomo greco Ipparco. Egli, convinto sostenitore del modello geocentrico, riuscì, fra l'altro, a compilare un Catalogo comprendente le posizioni e le stime di splendore di oltre mille stelle. Dal confronto tra le posizioni da lui determinate e quelle stabilite circa un secolo e mezzo prima da Aristillo e Timocare, poté rilevare un aumento generale dei valori di ascensione retta: da qui scoprì il fenomeno della precessione e la necessità di distinguere l'anno solare dall'anno sidereo. Ipparco riuscì anche a precisare la posizione del Sole sulla sfera celeste in ogni giorno dell'anno, a determinare le dimensioni e la distanza della Luna, a sviluppare un sistema affidabile di previsione delle eclissi.




Quanto riferito sin qui su questo moto della Terra non deve apparire in contraddizione con il fatto che l'asse terrestre nel moto di evoluzione guarda sempre nella direzione della Stella Polare e, pertanto, è come se fosse immobile; questo è vero nel corso di un anno, di più anni ma per il moto di precessione, non è del tutto vero se si considerano tempi secolari o millenari. Oggi la stella più vicina al polo Nord celeste è la Stella Polare, ma non è stato e non sarà sempre così. Fra 13.000 anni a indicare il polo Nord sarà la stella Vega della costellazione della Lira, tra altri 13.000 tornerà a indicarlo la Stella Polare. Nel corso del moto di precessione l'inclinazione dell'asse si mantiene costante e perciò il cono risulta avere un'ampiezza angolare di 46° 54'.È evidente che il mutamento di direzione dell'asse terrestre comporta un continuo spostamento nello spazio dell'equatore celeste, il cui piano è perpendicolare a tale asse per cui varia anche l'intersezione del piano equatoriale col piano dell'eclittica, cioè si va spostando anche la linea degli equinozi. Siccome il moto conico dell'asse terrestre si compie in senso orario, anche la linea equinoziale si muove in questo senso, che è contrario (retrogrado) al movimento della Terra sull'orbita; lo stesso avviene anche sulla linea dei solstizi, essendo essa sempre perpendicolare a quella degli equinozi. In conseguenza della precessione degli equinozi, col tempo cambia la posizione che il Sole assume nei vari momenti dell'anno rispetto alle costellazioni dello Zodiaco. Ad esempio, mentre nel IV secolo a.C. all'inizio della primavera boreale il Sole si vedeva proiettato nella costellazione dell'Ariete, attualmente nello stesso periodo dell'anno lo si vede nella costellazione dei Pesci; come se da allora ad oggi lo Zodiaco si fosse spostato di una costellazione, ruotando di circa 30° verso oriente, cioè in senso antiorario. Tuttavia il quadro zodiacale riportato ancora oggi nei calendari è quello dell'antichità, e così quando si dice che il Sole è, ad esempio, nel segno dell'Ariete si deve intendere che esso si trova nella posizione in cui un tempo c'era questa costellazione, mentre attualmente c'è quella dei Pesci. Lo spostamento (anticipo) dei punti sull'orbita terrestre in cui si verificano gli equinozi e i solstizi non deve far credere che cambino anche le date di questi momenti fondamentali dell'anno: gli equinozi e i solstizi, che segnano l'inizio delle quattro stagioni astronomiche, cadono sempre alle stesse date del nostro calendario, che si basa sull'anno solare (o tropico) e non sull'anno sidereo.


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martedì 1 settembre 2009

Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Astronomia, Osservazione Astronomica, Storia dell'astronomia

Il moto del Sole
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Gli antichi astronomi per spiegare in modo semplice le diverse traiettorie giornaliere del Sole e la diversa configurazione del firmamento, l'insieme delle stelle fisse dopo il tramonto, ipotizzarono un moto di rivoluzione del Sole attorno alla Terra sullo sfondo delle stelle fisse. Affermare che il Sole giri attorno alla Terra non è un errore, questa considerazione è corretta dal punto di vista dell'osservazione. Nelle scuole si continua a insegnare ai ragazzi che il Sole compie un moto apparente e ciò produce l'effetto perturbante di indurli a non fidarsi dei loro sensi. Dopo le considerazioni di Einstein sulla relatività e le proprietà relazionali sappiamo che i punti di vista di Tolomeo e Galileo sono perfettamente equivalenti, anzi, la rappresentazione geocentrica è la più intuitiva. Il movimento non è una proprietà dell'oggetto ma di questo rispetto all'osservatore.
Cerchiamo di seguire il filo del ragionamento degli astronomi antichi. Osservando dopo il tramonto del Sole per più giorni consecutivi la posizione di stelle particolarmente luminose, si può notare che esse tramontano sempre con maggior anticipo sino a che, dopo un certo numero di giorni, non risultano più visibili perché il loro tramonto arriva a coincidere con quello del Sole. Proseguendo le osservazioni, si può constatare che le stesse stelle scomparse precedono di poco il sorgere del Sole e via via anticipano sempre più la loro levata. È come se la sfera celeste si muovesse lentamente da est verso ovest in senso orario. Per osservare la stessa configurazione del firmamento da un determinato punto di stazione e in un determinato momento (per esempio, mezzanotte) deve passare un anno. Per interpretare le loro osservazioni, gli astronomi ipotizzarono la sfera celeste immobile e giustificarono il suo movimento annuale con il movimento annuale del Sole in senso antiorario (da ovest verso est) attorno alla Terra. La traiettoria descritta dal Sole nel suo moto annuale è detta eclittica. L'eclittica appare al centro di una fascia della sfera celeste, detta dello Zodiaco, che comprende 12 importanti costellazioni. L'eclittica è inclinata rispetto all'equatore celeste di 23° 27'. Quando il Sole nel suo moto annuale raggiunge il parallelo celeste 23° 27' nord (quando, cioè, il suo valore di declinazione è +23° 27') si ha il solstizio d'estate; quando il Sole raggiunge il parallelo celeste 23° 27' sud (quando, cioè, il suo valore di declinazione è -23° 27') si ha il solstizio d'inverno; quando il Sole è sull'equatore celeste (declinazione 0°) si hanno gli equinozi. La descrizione del moto annuale del Sole appare pienamente adeguata per spiegare sia la variazione di configurazione del firmamento nel corso dell'anno, sia le diverse traiettorie descritte dal Sole di giorno in giorno e quindi l'alternarsi delle stagioni.

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lunedì 31 agosto 2009

Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Astronomia, Osservazione Astronomica

Orientamento sull'orizzonte e orientamento sul cielo
Divulgazione Scientifica, Storia della Scienza, Storia dell'astronomia, Osservazione del Cielo

Carl Gustav Jung sosteneva che la perdita dell'orientamento celeste provoca le nevrosi dell'uomo metropolitano. Orientarsi significa letteralmente cercare l'oriente, individuare cioè il punto da cui sorge il Sole, vuol dire in pratica individuare uno dei quattro punti cardinali al fine di posizionare correttamente tutti gli altri punti dell'orizzonte rispetto al punto di stazione. La linea meridiana, segnalata sempre nella stessa direzione dall'ombra più corta dello gnomone, è la retta che incontra la linea circolare dell'orizzonte in due punti cardinali: il sud (S), dalla parte dove a mezzogiorno si affaccia il Sole e il nord (N) dalla parte opposta. Sud e nord sono chiamati anche Mezzogiorno e Mezzanotte. Tutti gli osservatori che si trovano sulla stessa linea meridiana hanno il mezzogiorno nello stesso istante e naturalmente hanno in comune la direzione sud - nord.
La retta perpendicolare alla linea meridiana nel punto di stazione individua sulla linea circolare dell'orizzonte gli altri due punti cardinali: est (E) e ovest (W, dall'inglese west). L'est, detto anche oriente o levante, è definito di solito come il punto da cui sorge il Sole; l'ovest, detto anche occidente o ponente è il punto dove il Sole tramonta. Levante deriva dal latino levare , denominale di levis 'leggero' e significa 'che leva, che si leva', e oriente deriva da una voce dotta latina oriente(m), propriamente participio presente del verbo oriri di origine e d'area indoeuropea che significa 'sorgere', 'levarsi', 'alzarsi', è l'omerico orto. Occidente deriva dal latino occidente(m) , propriamente participio presente del verbo occidere 'cadere' o 'perire' con significato negativo di svanire, andare in rovina, in malora, essere perduto, tramontato. Ponente deriva probabilmente da pono col significato di metter giù, porre, collocare, deporre.
Per i popoli antichi il luogo dove tramonta il Sole è un luogo di sciagura, per questo motivo nella lingua italiana come in quelle indoeuropee la parola 'sinistro' indica ciò che è di cattivo auspicio, sfavorevole, infausto mentre il 'destro' è fausto, favorevole, propizio. Sinistro deriva dal latino sinister probabilmente dalla medesima radice di sine e significa 'differente', 'che differisce dal destro'. Nella teologia cristiana è la condizione di dannazione in quanto i dannati, nella visione dell'Apocalisse, stanno alla sinistra di Cristo giudice. Sinistro è inoltre interpretato come annuncio di sciagure e di calamità; si considera foriero di sventura: un segno celeste, l'apparire di un astro e in particolare il passaggio di una cometa o anche un evento eccezionale che si verifica al di fuori dell'ordine naturale, dall' influsso malefico o che annuncia l'ostilità delle forze soprannaturali 1. Ovidio scriverà: avibus sinistri , sotto cattivi auspici 2. In quanto termine religioso, presso i Romani che guardando a mezzogiorno avevano il levante a sinistra, vuol dire: favorevole, fausto, propizio, di buon augurio; mentre presso i Greci, che guardando a settentrione avevano il levante a destra, significa: infausto, sfavorevole; come vedremo questa accezione sarà assimilata in seguito dai Romani. Destro deriva dal latino dexter 'che è a destra' e significa: opportuno, propizio, favorevole 3. Nel linguaggio religioso è ciò che si mostra, appare a destra come segno fausto, che porta fortuna, salutare, propizio, favorevole; riferito a persona significa abile, intelligente e accorto. Esattamente il contrario si verifica nelle lingue semitiche ebraiche e fenicie. Per i popoli mediterranei come gli Egizi e gli Arabi che si orientano a sud il Sole tramonta a destra e sorge a sinistra, il faraone è sepolto con la faccia rivolta a sinistra. Nel Miles Gloriosus di Plauto l'aruspice dice che quando uno stormo di uccelli proviene da sinistra è presagio di sciagura. In seguito per Varrone sarà la destra a portare male, perché intanto è cambiata l'influenza culturale, da quella etrusca a quella greca con orientamento a sud.
Se osserviamo il cammino del Sole in più giorni dell'anno possiamo renderci conto del fatto che il Sole sorge esattamente a est e tramonta esattamente a ovest soltanto nei giorni degli equinozi (21 marzo e 23 settembre). I punti di levata e di tramonto del Sole si spostano progressivamente verso nord dopo il 21 marzo fino a raggiungere un limite nel solstizio d'estate (21 giugno) per poi tornare verso sud fino ad un altro limite nel solstizio d'inverno (22 dicembre). Pertanto, possiamo definire come est il punto medio della zona dell'orizzonte, detta zona ortiva, che comprende tutti i punti di levata del Sole. In modo analogo definiamo come ovest il punto medio della zona dell'orizzonte, detta zona occasa, che comprende tutti i punti in cui tramonta il Sole. Considerando che ad altezze via via crescenti del Sole corrispondo ombre sempre più corte, lo gnomone permette di leggere il trascorrere del tempo non solo nell'arco di un giorno, ma anche per tutto l'anno. Infatti, così come varia durante l'anno l'altezza raggiunta dal Sole a mezzogiorno, varia anche la lunghezza dell'ombra proiettata dallo gnomone nello stesso istante. In particolare, nel giorno del solstizio d'estate (21 giugno) si determina l'ombra più corta e in quello d'inverno l'ombra più lunga. Sulla base di osservazioni di questo tipo, condotte con scrupolo e sistematicità in Mesopotamia e nell'antico Egitto, fu possibile quantificare la durata dell'anno in 365,25 giorni già 5000 anni fa. L'anno così definito è da intendere come l'intervallo di tempo fra due equinozi o due solstizi dello stesso tipo (per esempio due equinozi di primavera o due solstizi d'estate).
La volta celeste è paragonabile a una cupola vuota che sembra poggiarsi sull'orizzonte; le stelle sono come "infisse" sulla sfera celeste e con il loro sorgere, spostarsi in alto e tramontare ci permettono di apprezzare la rotazione che questa sfera compie, da est verso ovest, attorno al proprio asse: l'asse celeste. Se si osservasse la volta celeste per 23 ore e 56 minuti consecutivi, a periodo ultimato si vedrebbero le stelle ritornare al punto di partenza, dopo aver descritto nel cielo un circolo completo. Questo intervallo di tempo è chiamato giorno sidereo, dal latino sidereus, 'delle stelle'. Nella lingua latina considerare significa 'osservare gli astri' o, secondo alcuni, 'con gli astri', mentre desiderare letteralmente 'cessare di contemplare le stelle a scopo augurale', quindi 'bramare', non una passione dunque, ma il desiderio negativo di ottenere ciò che non è possibile possedere.
L'asse celeste è il diametro della sfera celeste intorno al quale avviene la rotazione. Le due estremità dell'asse celeste sono chiamate poli celesti, uno dei quali è molto vicino a una stella della costellazione dell'Orsa minore: la Stella Polare (che sembra rimanere quasi ferma) e si denomina polo nord o polo Artico (dal greco arktos , che significa orsa). L'estremità opposta viene di conseguenza chiamata polo Antartico. I circoli massimi passanti per i poli celesti si chiamano meridiani celesti mentre l'equatore celeste è il circolo massimo della sfera celeste, che taglia a metà tutti i meridiani celesti e divide il cielo in due emisferi: settentrionale e meridionale. Paralleli all'equatore celeste e perpendicolari all'asse celeste sono i paralleli celesti. Con i poli e l'equatore, che abbiamo così individuato, è possibile costruire sulla sfera celeste un sistema di riferimento che ha un valore assoluto, indipendente cioè dalla posizione dell'osservatore. Questo sistema permette di assegnare ad ogni astro due coordinate, dette equatoriali perché utilizziamo come elemento fondamentale di riferimento l'equatore celeste.
Le coordinate astronomiche equatoriali sono la declinazione e l'ascensione. La declinazione è la distanza angolare dell'astro dall'equatore misurata sull'arco di meridiano compreso fra l'astro e l'equatore; viene espressa in gradi e frazioni di grado, positiva a nord e negativa a sud dell'equatore. L'ascensione retta è la distanza angolare dell'astro da un meridiano scelto come riferimento, quello che interseca l'equatore nel cosiddetto punto g (gamma), il punto d'Ariete. L'ascensione retta, misurata in senso antiorario sull'arco di equatore celeste compreso fra il punto (e l'intersezione con il meridiano passante per l'astro, viene espressa in ora e frazioni di ora. Le coordinate equatoriali, come si è detto, hanno un valore assoluto, nel senso che sono indipendenti dalla posizione occupata dall'osservatore. Un sistema di riferimento legato invece al punto di stazione è quello delle coordinate orizzontali.
Guardandoci intorno da un qualunque punto del nostro globo, il campo visivo, quando non si frappongono ostacoli di sorta (alberi, edifici, monti), ci appare limitato da un circolo lungo dove la volta celeste sembra toccare il suolo o le acque, circolo del quale noi occupiamo il centro e che viene chiamato orizzonte. Con tale parola di origine greca si suole indicare tanto la linea circolare delimitante, quanto la superficie in essa compresa. Impropriamente quest'ultima viene chiamata piano dell'orizzonte, ma si capisce facilmente che non può trattarsi di una superficie piana, bensì di una calotta, essendo la terra di forma sferica. Intenderemo pertanto come piano dell'orizzonte terrestre o sensibile il piano tangente alla Terra nel punto di osservazione detto punto di stazione.
L'orizzonte matematico o razionale è, invece, un piano parallelo all'orizzonte terrestre, passante per il centro della Terra. Nelle grandezze celesti il raggio terrestre è un valore del tutto trascurabile, per cui l'orizzonte sensibile e l'orizzonte razionale si possono considerare identici.
Due sono le proprietà fondamentali dell'orizzonte:
in qualunque punto della Terra esso è circolare.
il raggio dell'orizzonte, e quindi anche la superficie visibile, aumentano notevolmente col crescere dell'altezza.
Se ci proponiamo di determinare la posizione del piano dell'orizzonte dovremo partire da una linea nell'interno della sfera celeste che per noi è la verticale, ossia la direzione della gravità nel punto di osservazione e che ci sarà data in qualsiasi momento da un filo di piombo. Il piano dell'orizzonte non è altro che il piano perpendicolare alla direzione della gravità nel punto di osservazione. Se prolunghiamo la verticale sino alla volta celeste, essa la incontrerà in un punto detto Zenìt (voce araba che significa 'vertice') che rappresenta la proiezione del punto di osservazione sulla sera celeste. Il prolungamento della verticale in direzione opposta, cioè nell'emisfero invisibile, determina un altro punto, il Nadìr (dall'arabo nathir , l'opposto). In considerazione di quanto detto risulta che lo Zenìt viene a trovarsi a 90° sul piano dell'orizzonte, sulla verticale del punto di osservazione o di stazione. Questi sistemi di riferimento hanno orientato l'umanità, nel tempo e nello spazio, per migliaia di anni. Oggi purtroppo si è perso il riferimento tra i giorni e gli astri perché il tempo è stato trasformato in lavoro e riposo, in un'organizzazione di fabbrica s'è appiattito il ritmo della civiltà industriale. Inoltre l'inquinamento luminoso ha reso sempre più raro e fuori dalla portata della popolazione l'osservazione astronomica ad occhio nudo.

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Il Sole e lo gnomone


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Una scoperta notevole fu fatta dagli uomini circa 5000 anni fa quando si accorsero che, osservando il variare delle ombre dei corpi, potevano valutare e quantificare lo scorrere del tempo. Il primo rudimentale orologio, regolato sul moto del Sole, è stato lo gnomone (dal greco, "che fa conoscere"), costituito da un'asta posta verticalmente sul piano. Lo gnomone è uno strumento semplice da costruire e facile da usare.



Quando la sua ombra è la più corta, lo gnomone indica il mezzogiorno, cioè il momento in cui il Sole ha percorso metà del suo cammino, ma segna, altresì, la linea meridiana (dal latino meridies , 'mezzogiorno'), una linea di fondamentale importanza per l'orientamento. La posizione da noi occupata in un dato istante sulla superficie terrestre, o quella di un generico osservatore, è detta punto di stazione (dal latino statio , 'luogo in cui si sta'). Il nostro sguardo, se non ci sono ostacoli, arriva sino ad una linea circolare, che limita la porzione di Terra per noi visibile. Per orizzonte visivo sensibile s'intende propriamente non solo la linea circolare, ma anche la porzione di superficie terrestre da essa racchiusa. Il piano passante per il punto di stazione e tangente alla superficie della Terra (da considerare sferica, così come la concepirono gli antichi Greci) è detto piano dell'orizzonte o orizzonte apparente. Il piano dell'orizzonte è strettamente dipendente dalla posizione del punto di stazione sulla superficieterrestre.




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lunedì 13 luglio 2009

Immagini Astronomia, osservazioni astronomiche, Storia della Scienza, Storia dell'astronomia

In questa sezione trovere varie immagini, Astronomia, Storia della Scienza, divulgazione scientifica, dalle classiche e splendide raffigurazioni di Hevelius alle immagine delle nostre serate di osservazione


Hevelius, "Acquarius"

divulgazione scientifica

Serate di osservazione astronomica (divulgazione scientifica)


Lettura guidata del cielo
- Orientamento con gli astri
individuazione della stella polare, determinazione della latitudine e longitudine,
l'orario cosmico...
- Racconti dei cicli mitologici raffigurati in cielo
ciclo della Grande Orsa, di Perseo, di Ercole...
sposizione divulgativa delle meraviglie cosmiche (buchi neri, galassie, nebulose...)

- Osservazione al telescopio dei luminari celesti
la luna e i suoi mari
i pianeti visibili con le loro lune e anelli
stelle e oggetti del cielo profondo

- Oroscopo astronomico (scientifico)
a differenza dell'oroscopo astrologico che non tiene conto della reale posizione della volta
celeste, mutata a causa della precessione degli equinozi, l'oroscopo astronomico (scientifico) fornisce il vero
segno zodiacale. L'uso di software dedicato ci permetterà di offrire ai suoi clienti l'oroscopo
astronomico con relativa interpretazione e la stampa della mappa astrale personalizzata



locandina


Divulgazione scientifica, Storia della Scienza, Storia dell'astronomia, Fisica, Oroscopo Scientifico

La freccia del tempo
Divulgazione Scientifica, Storia della Fisica, Entropia, Storia della Scienza, Filosofia della Scienza

Uno tra i maggiori misteri della scienza è la direzionalità del tempo, la distinzione fra passato e futuro. A livello subatomico, né le vecchie idee della meccanica classica né la moderna meccanica quantistica distinguono fra passato e futuro. In un'interazione tipica implicante particelle subatomiche, due particelle possono incontrarsi e interagire in qualche modo per produrre due particelle diverse, che poi si separano. Le leggi della fisica dicono che quasi tutte tali interazioni possono decorrere altrettanto bene in senso inverso, e che le due particelle «finali» possono incontrarsi e interagire dando le due particelle «originarie». A questo livello non c'è alcuna possibilità di distinguere fra passato e futuro semplicemente considerando ciascuna coppia di particelle. Al livello macroscopico dei nostri sensi, però, la distinzione fra passato e futuro è ovvia. Le cose si consumano; le persone invecchiano. In una situazione macroscopica equivalente all'interazione fra particelle, possiamo immaginare un bicchiere in precario equilibrio sull'orlo di un tavolo che a un certo punto cade sul pavimento e va in frantumi. Non abbiamo mai visto bicchieri rotti ricomporsi, anche se ognuna delle interazioni fra atomi che si verificano durante la rottura del bicchiere è reversibile, secondo le leggi note della fisica. Se ci venissero mostrate due fotografie, una del bicchiere sul tavolo e una del bicchiere rotto sul pavimento, non avremmo alcuna difficoltà a ordinarle nel tempo. Quando ci occupiamo di sistemi complessi contenenti molte particelle, c'è una freccia del tempo insita nelle cose, che le fa procedere dal passato al futuro.
È però importante distinguere fra una freccia orientata verso il futuro e una freccia che si muove verso il futuro. L'analogia corretta è quella con l'ago di una bussola, che indica il nord ma non deve muoversi verso nord (o verso qualsiasi altra direzione). Se avessimo un film del bicchiere che cade dal tavolo, anziché due semplici immagini «prima e dopo», e se i singoli fotogrammi del film venissero ritagliati e poi mescolati insieme, noi saremmo ancora in grado di ridisporli nel giusto ordine. Per potere accertare la direzione passato-futuro non c'è bisogno di far girare la pellicola nel proiettore. Alcuni scienziati (e filosofi) sostengono che la sensazione che abbiamo del passare del tempo potrebbe essere solo un'illusione, dovuta all'esame che la nostra mente fa della nostra storia personale. La realtà sottostante, sia del passato sia del futuro, potrebbe esistere simultaneamente, come i diversi fotogrammi di un film, anche se la nostra attenzione è costretta a seguire la storia in modo sequenziale, un fotogramma per volta. Stiano o no le cose in questi termini (un problema su cui la discussione è tutt'altro che chiusa), rimane vero che c'è una distinzione fra passato e futuro, la quale può essere rappresentata da una freccia orientata dal passato verso il futuro. Questa distinzione può essere espressa matematicamente. La scienza della termodinamica si fonda sull'analisi del modo in cui le cose cambiano mentre «ci muoviamo» dal passato verso il futuro. L'idea chiave è che nell'universo la quantità di disordine cresce continuamente: i bicchieri si rompono ma non si ricompongono. I fisici misurano il disordine in termini di una quantità chiamata entropia; la legge più fondamentale della fisica dice che l'entropia di un sistema chiuso cresce sempre, è il secondo principio della termodinamica).
Gli effetti di questa legge possono essere evitati in un sistema aperto, che disponga di una sorgente esterna di energia. Il secondo principio sembra essere violato sulla Terra, poiché gli organismi crescono e le persone possono, per esempio, prendere un mucchio di mattoni e trasformarli in una struttura molto più ordinata, componendoli a formare una casa. Tutto questo dipende però dall'esistenza di un apporto esterno di energia, la quale deriva in ultima analisi dal Sole. La diminuzione di entropia che si verifica di continuo sulla Terra è molto inferiore all'aumento di entropia associato alle reazioni di fusione nucleare che hanno luogo all'interno del Sole e al modo in cui questo irradia calore nello spazio. L'entropia dell'intero universo, globalmente considerato, aumenta con il passare del tempo: in altri termini, gli stati dell'universo con un'entropia superiore corrispondono alla direzione del futuro rispetto a stati con entropia inferiore. Questa medesima freccia del tempo è incorporata nella struttura dell'universo in un altro modo. L'universo si espande, cosicché la distanza fra le galassie aumenta. Gli stati dell'universo in cui le galassie sono più lontane fra loro corrispondono alla direzione del futuro rispetto a stati in cui le galassie sono più vicine. La freccia del tempo suprema è fornita dal big bang stesso: dovunque ci si trovi nell'universo, e in qualunque tempo, il big bang si trova sempre nella direzione del passato. In qualche modo, l'universo emerse dal big bang con un'entropia abbastanza bassa da permettere la formazione di stelle, pianeti ed esseri viventi; da allora ha continuato a scaricarsi come un vecchio orologio a molla. Il calore non può passare da un corpo più freddo a uno più caldo (un altro modo per esprimere il secondo principio), cosicché c'è un flusso a senso unico di energia dalle stelle splendenti all'universo freddo e buio. Se e quando tutte le stelle e le altre sorgenti di energia nell'universo avranno ceduto completamente il loro calore, l'intero universo sarà in uno stato di temperatura uniforme in cui nulla cambierà mai più. Esso avrà subito una «morte termica».
Si chiarisce così un altro modo di considerare la freccia del tempo e il concetto di entropia. La quantità di energia contenuta in un sistema chiuso (o nell'intero universo) non può cambiare: è il primo principio della termodinamica. Quand'anche la massa venisse convertita in energia, in linea con l'equazione di Einstein E=mc2 , essa sarebbe considerata una forma di energia immagazzinata, cosicché non si avrebbe creazione di «nuova» energia. Il secondo principio ci dice, quindi, che in qualsiasi interazione in un sistema chiuso la quantità di energia «utile» diminuisce.
L'energia utile è energia in grado di fare lavoro. Per esempio, il bicchiere che cade dal tavolo potrebbe, in linea teorica, essere collegato a un sistema di pulegge in grado di azionare un generatore e convertire in energia elettrica l'energia gravitazionale associata alla sua caduta. Se invece il bicchiere cade liberamente, questa energia gravitazionale potenzialmente utile è convertita in energia di moto (energia cinetica). Quando il bicchiere colpisce il pavimento e si rompe, l'energia cinetica viene trasformata in calore e dissipata, in quanto gli atomi e le molecole del bicchiere e del pavimento sono scossi dall'urto e vibrano più rapidamente. Questa energia termica si trasforma infine in radiazione infrarossa e viene dissipata nello spazio; essa non potrà essere usata mai più per compiere lavoro utile. Non vedremo mai radiazione proveniente dallo spazio far muovere gli atomi e le molecole del pavimento e dei frammenti del bicchiere nel modo giusto per ricomporre il bicchiere e per farlo saltare nuovamente sul tavolo. Quand'anche la caduta del bicchiere fosse stata sfruttata per compiere lavoro utile fornendo energia meccanica a un generatore elettrico, una parte della sua energia sarebbe andata perduta per effetto dell'attrito e sarebbe stata convertita in calore. Nessun processo di conversione di energia è perfetto: perciò non si potrà mai costruire una macchina del moto perpetuo (per esempio usando l'elettricità generata dal bicchiere in caduta per azionare un motore che rimetta il bicchiere sul tavolo).
Ma ci troviamo ancora di fronte all'enigma che, quando il bicchiere cade e si rompe, ogni interazione implicante un paio di atomi o di molecole è, in linea di principio, reversibile. Perché le cose non vanno dunque mai «all'indietro»? Una possibilità è che ciò non sia assolutamente impossibile, ma solo estremamente improbabile. Dimentichiamoci, per il momento, del bicchiere che cade e consideriamo un sistema più semplice: una scatola divisa in due parti da un tramezzo, con un gas da un lato dei tramezzo e il vuoto dall'altra. Se togliamo il tramezzo, il gas si diffonderà nell'intera scatola (e, per inciso, diventerà un po' più freddo: è questo il principio del funzionamento del frigorifero). Per quanto tempo possiamo restare seduti a osservare la scatola, non ci aspetteremmo mai di vedere tutti gli atomi e le molecole del gas tornare indietro nella metà della scatola occupata in precedenza lasciando vuota l'altra metà. Eppure ogni collisione fra due delle particelle contenute nella scatola è teoricamente reversibile. Se potessimo avere una bacchetta magica e rovesciare il moto di tutte le particelle, riavremmo il gas nella disposizione ordinata iniziale. Nell'Ottocento il fisico e matematico francese Henri Poincaré (1854-1912) mostrò che un tale gas «ideale», rinchiuso in una scatola, dovrà passare infine per tutte le possibili disposizioni di particelle permesse dai principi della termodinamica. Atomi e molecole, continuando a rimbalzare intorno, assumeranno prima o poi qualsiasi disposizione permessa, compresa quella che prevede tutto il gas in una metà della scatola. Se attendessimo per un tempo abbastanza lungo, il sistema tornerebbe al suo punto di partenza, e il tempo sembrerebbe scorrere all'indietro. Qui l'espressione chiave è «per un tempo abbastanza lungo». II tempo richiesto perché tutte le particelle passino per tutte le possibili disposizioni si chiama tempo di un ciclo di Poincaré, ed è legato al numero di particelle contenute nella scatola. Persino una piccola scatola di gas potrebbe contenere 10 22 atomi, e un tale numero di atomi, per passare per tutte le possibili disposizioni, avrebbe bisogno di un tempo molto più lungo dell'età dell'universo. I tempi dei cicli di Poincaré hanno di norma nei loro numeri più zeri di quelli del numero delle stelle in tutte le galassie note prese insieme, e ben rappresentano le probabilità contrarie al verificarsi di una qualsiasi disposizione quando noi osserviamo la scatola del gas, o attendiamo che il bicchiere salti intatto sul tavolo.
La risposta che si dà normalmente alla domanda del perché il mondo sia reversibile alla scala microscopica ma irreversibile a quella macroscopica (ossia del perché la freccia del tempo punti in una sola direzione) è quindi che la legge dell'aumento dell'entropia sia una legge statistica; una diminuzione dell'entropia non è proibita, ma solo estremamente improbabile.
Considerazioni come queste condussero il fisico austriaco Ludwig Boltzmann (1844-1906) a suggerire che l'universo potrebbe essere un gigantesco capriccio statistico. Se immaginiamo una situazione in cui si sia verificata la morte termica e tutto sia uniforme, secondo l'interpretazione dell'opera di Poincaré data da Boltzmann, di tanto in tanto accadrà, per puro caso, che tutte le particelle presenti in una parte dell'universo si muovano esattamente nel modo giusto per creare stelle, o galassie, o un big bang. In una tale regione dell'universo, in effetti, il tempo decorrerebbe temporaneamente all'indietro, creando ordine dal disordine. Poi la bolla a bassa entropia tornerebbe a uno stato più probabile. Questa idea non viene presa molto sul serio dai cosmologi attuali, ed è stata soppiantata dal modello del big bang, anche se ha qualche somiglianza (con variazioni) sul modello dello stato stazionario. Essa offre però ancora interessanti intuizioni sulla natura del tempo, come ha sottolineato Paul Davies, che insegna ora all'Università di Adelaide. Se la freccia del tempo punta sempre nella direzione dell'aumento dell'entropia, potrebbe non avere senso dire che il tempo scorre «all'indietro» al crescere della bolla di Boltzmann. Un osservatore intelligente che si trovasse in una tale regione dell'universo percepirebbe ancora una freccia del tempo orientata verso una maggiore entropia, verso lo stato della morte termica. In altri termini, anche se l'universo stesse in realtà «collassando» invece di espandersi, muovendo verso una singolarità, anziché allontanarsi da una singolarità, osservatori intelligenti come noi potrebbero ancora percepire il «futuro» come il tempo in cui le galassie sono più distanziate. Queste non sono semplici elucubrazioni filosofiche, giacché talune variazioni sul modello del big bang suggeriscono che un giorno l'espansione dell'universo avrà termine e poi si rovescerà. Se e quando ciò accadrà, il tempo scorrerà all'indietro? E in tal caso, gli esseri intelligenti se ne renderanno conto o penseranno di stare vivendo in un universo in espansione, anche se in realtà esso si sta contraendo? Noi potremmo vivere in un universo in contrazione e non rendercene conto!
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La durata reale

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Ma per noi è incredibilmente difficile rappresentarci la durata nella sua purezza originaria; e ciò deriva certamente dal fatto che noi non siamo gli unici a durare: le cose esterne - sembra - durano come noi, e, considerato da quest'ultimo punto di vista, il tempo assomiglia molto a un mezzo omogeneo. Non solo i momenti di questa durata sembrano essere esterni gli uni agli altri, come lo sarebbero i corpi nello spazio, ma il movimento percepito dai nostri sensi è, in qualche modo, il segno tangibile di una durata omogenea e misurabile. Ma c'è di più, il tempo entra nelle formule della meccanica, nei calcoli dell'astronomo e persino del fisico, sotto forma di quantità. Si misura la velocità di un movimento, il che implica che anche il tempo sia una grandezza. E la stessa analisi che abbiamo appena tentato deve essere completata, poiché se non viene misurata la durata propriamente detta, cosa misurano allora le oscillazioni del pendolo? Si ammetterà, a rigore, che la durata interna, percepita dalla coscienza, si confonde con l'incastrarsi dei fatti di coscienza gli uni negli altri, con l'arricchimento graduale dell'io; ma, si dirà, il tempo che l'astronomo introduce nelle sue formule, il tempo che i nostri orologi dividono in particelle uguali, questo tempo è un'altra cosa, è una grandezza misurabile, e quindi omogenea. Eppure non è così: un esame accurato dissiperà anche quest'ultima illusione.
Quando seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento della lancetta che corrisponde alle oscillazioni del pendolo, non misuro la durata, come potrebbe sembrare; mi limito invece a contare delle simultaneità, cosa molto diversa. Al di fuori di me, nello spazio, vi è un'unica posizione della lancetta e del pendolo, in quanto non resta nulla delle posizioni passate. Dentro di me, si svolge un processo d'organizzazione o di mutua compenetrazione dei fatti di coscienza, che costituisce la vera durata: mi rappresento ciò che io chiamo le oscillazioni passate del pendolo, nello stesso tempo in cui percepisco l'oscillazione attuale, proprio perché io duro in questo modo. Sopprimiamo ora, per un istante, l'io che pensa queste cosiddette oscillazioni successive; avremo sempre una sola oscillazione del pendolo, anzi una sola posizione di questo pendolo, e quindi nessuna durata. Sopprimiamo, d'altra parte, il pendolo e le sue oscillazioni; avremo solo la durata eterogenea dell'io, senza momenti esterni gli uni agli altri, senza rapporto con il numero. Così, nel nostro io, vi è successione senza esteriorità reciproca; al di fuori dell'io, esteriorità reciproca senza successione: esteriorità reciproca, in quanto l'oscillazione presente è radicalmente distinta dalla oscillazione precedente che non è più; ma assenza di successione, in quanto la successione esiste solo per uno spettatore cosciente che ricordi il passato e giustapponga le due oscillazioni o i loro simboli in uno spazio ausiliario. Ora, tra questa successione senza esteriorità e questa esteriorità senza successione si attua una specie di scambio, abbastanza simile a quello che i fisici chiamano un fenomeno di endosmosi (passaggio di un liquido dall'esterno all'interno di un diaframma poroso, ndr ). Siccome ognuna delle fasi successive della nostra vita cosciente, che tuttavia si compenetrano fra loro, corrisponde a una oscillazione del pendolo ad essa simultanea, e siccome d'altra parte queste oscillazioni sono nettamente distinte, poiché quando una si produce l'altra non c'è più, contraiamo l'abitudine di stabilire la stessa distinzione tra i momenti successivi della nostra vita cosciente: le oscillazioni del bilanciere la scompongono, per così dire, in parti esterne le une alle altre. Di qui l'idea erronea di una durata interna omogenea, analoga allo spazio, i cui momenti identici si susseguirebbero senza compenetrarsi. Ma, d'altra parte, le oscillazioni pendolari, che sono distinte solo perché quando una appare l'altra si dissolve, traggono in qualche modo vantaggio dall'influenza che così hanno esercitato sulla nostra vita cosciente. Grazie al ricordo del loro insieme che la nostra coscienza ha organizzato, esse si conservano per poi allinearsi: insomma, noi creiamo per loro una quarta dimensione dello spazio, che chiamiamo il tempo omogeneo, e che permette al movimento pendolare, sebbene si produca sempre nello stesso luogo, di giustapporsi indefinitamente a se stesso. Ecco infatti che cosa scopriamo ora provando a stabilire quale ruolo spetti esattamente al reale e quale invece all'immaginario, all'interno di questo processo molto complesso. C'è uno spazio reale, senza durata, ma in cui certi fenomeni appaiono e scompaiono simultaneamente ai nostri stati di coscienza. C'è una durata reale, i cui momenti eterogenei si compenetrano, ma ciascun momento della quale può essere avvicinato a uno stato contemporaneo del mondo esterno e, per l'effetto di questo stesso avvicinamento, separato dagli altri momenti. Dal confronto di queste due realtà si genera una rappresentazione simbolica della durata, ricavata dallo spazio. La durata assume così la forma illusoria di un mezzo omogeneo, e il collegamento fra questi due termini - lo spazio e la durata - è la simultaneità, che si potrebbe definire come l'intersezione tra il tempo e lo spazio [...]. Dicevamo dunque che parecchi strati di coscienza si organizzano fra loro, si compenetrano, si arricchiscono sempre più, e che ad un io che ignorasse lo spazio, essi potrebbero fornire così il sentimento della durata pura; ma già per impiegare il termine "parecchi" avevamo isolato questi stati gli uni dagli altri, li avevamo esteriorizzati, gli uni rispetto agli altri, li avevamo insomma giustapposti; e così, la stessa espressione cui abbiamo dovuto far ricorso, tradiva la nostra abitudine radicata di dispiegare il tempo nello spazio. Ed è necessariamente dall'immagine di questo dispiegamento, una volta che esso sia compiuto, che prendiamo a prestito i termini destinati ad esprimere lo stato di un'anima che non l'abbia ancora compiuto: questi termini sono dunque intaccati da un vizio originario, e la rappresentazione di una molteplicità senza rapporto con il numero o con lo spazio, sebbene sia chiara per un pensiero che rientri in se stesso e si astragga, non può tradursi nel linguaggio del senso comune. E tuttavia, se parallelamente non consideriamo ciò che abbiamo chiamato una molteplicità qualitativa, non possiamo nemmeno formulare l'idea di una molteplicità distinta. Non è forse vero che quando contiamo esplicitamente delle unità allineandole nello spazio, accanto a questa addizione i cui termini identici si profilano su uno sfondo omogeneo, nelle profondità dell'anima queste unità continuano ad organizzarsi e une con le altre, processo affatto dinamico, abbastanza simile alla rappresentazione puramente qualitativa che un'incudine sensibile potrebbe farsi del numero crescente dei colpi di martello?

H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza , in Opere (1889-1896), trad, di F. Sassi, Mondadori
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Il problema della longitudine
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All'inizio del XIX secolo, la difficoltà di misurare la longitudine in alto mare era stata identificata come un serio ostacolo alla navigazione oceanica. Si trattava di un problema di tipo non teorico, ma pratico; infatti, l'astronomia forniva metodi per calcolare questa coordinata terrestre, il più seguito dei quali era basato sulla determinazione della posizione della Luna rispetto a stelle di posizione nota e poi, mediante apposite 'tavole lunari', sulla deduzione dell'ora solare che in quel momento si aveva in un dato meridiano, per esempio quello di Greenwich; poiché era nota, o comunque facilmente misurabile a partire dall'altezza del Sole sull'orizzonte, l'ora solare locale, la differenza tra questa e la contemporanea 'ora del meridiano' dava la longitudine, considerando che ogni ora corrisponde a 15° di longitudine.
Questa procedura richiedeva misurazioni molto delicate - relative alla posizione della Luna -, nonché calcoli complessi e lunghi, per cui notevoli energie intellettuali furono sempre dedicate a trovare metodi più semplici, atti a essere usati anche da marinai non dotati di un'approfondita cultura astronomica. Così, fu tentata una via attraverso la misurazione di parametri relativi al campo magnetico terrestre.
Nel 1701 Edmond Halley (1656-1742), astronomo, filosofo naturale e navigatore, realizzò una carta che riportava i valori della declinazione magnetica - cioè della variazione del Nord indicato dalla bussola rispetto al vero Nord - su tutto l'Oceano Atlantico. Nel corso di due viaggi egli aveva raccolto i dati della declinazione relativi a circa 150 posizioni e li rappresentò in quella forma di mappa altamente innovativa che segnava le linee - poi dette 'linee isogone' - mediante le quali erano uniti punti che avevano la stessa declinazione e curvavano dolcemente attraverso l'oceano. Successivamente realizzò una seconda mappa, che pretendeva di coprire il mondo intero, basandosi sulle misurazioni compiute da marinai che avevano viaggiato nell'Oceano Pacifico e nell'Oceano Indiano più di quanto avesse fatto lui stesso. Halley sosteneva che, individuando sulla mappa la linea corrispondente alla declinazione che essi misuravano nel punto in cui si trovavano, i navigatori avrebbero potuto determinare la loro posizione in qualunque oceano navigassero; sfortunatamente, queste carte si rivelarono inesatte e difficili da riprodurre in un formato pratico per i marinai. Metodi per una soluzione 'magnetica' del problema della longitudine continuarono a essere presentati anche dopo l'istituzione nel 1714 della Commissione per la longitudine, che ricevette dal Parlamento inglese l'autorizzazione a elargire fino a 20.000 sterline per un'eventuale soluzione del problema. La lotta per assicurarsi il premio spinse gli sperimentatori a lavorare al perfezionamento sia delle normali bussole di declinazione sia di quelle d'inclinazione, introducendo innovazioni che non sempre furono facili da mettere in pratica durante la navigazione.
Alla fine, com'è noto, il 'problema della longitudine' fu risolto dal costruttore inglese di orologi John Harrison (1693-1776), il quale vinse il concorso (ma non l'intero premio in denaro) per aver realizzato cronometri capaci di conservare l'ora locale di un porto di partenza con uno scarto di pochi minuti in qualche mese di navigazione e che consentivano di ricavare la longitudine in mare dalla loro indicazione nell'istante del mezzogiorno locale, desumibile semplicemente - come accennato - dall'osservazione della massima altezza del Sole sull'orizzonte. Tuttavia, a causa della scarsissima quantità di tali cronometri allora disponibile, per gran parte del XVIII sec. le soluzioni magnetica e astronomica sembrarono le più plausibili per risolvere il problema.
Durante il suo primo viaggio, rilevando i contorni costieri della Nuova Zelanda nel 1769-1770, il capitano James Cook (1728-1779) usò le osservazioni lunari e il calcolo del tempo di un transito di Mercurio per determinare la longitudine, ma durante il secondo viaggio, compiuto tra il 1772 e il 1775, egli optò per uno dei cronometri di Harrison. Affinché si potesse far fronte al problema della longitudine in maniera più generale occorreva una certa distribuzione del lavoro: gli artigiani dovevano essere formati in modo tale da poter riprodurre fedelmente i cronometri di Harrison, mentre i marinai dovevano essere istruiti sulla loro manutenzione. Si rivelò più facile risolvere il problema organizzando la produzione di un congegno meccanico, piuttosto che rivolgersi a mezzi alternativi e istruire i navigatori su come servirsi della misurazione delle distanze lunari per ricavare la posizione.
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