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sabato 26 settembre 2009

Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Storia dell'astronomia, Tempo

La musa impara a scrivere


Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Storia dell'astronomia, tempo

La scrittura viene dai Sumeri. La patria della scrittura cuneiforme si trova in Mesopotamia, nei bacini dei fiumi Tigri ed Eufrate, proprio dove oggi si combatte una sanguinosa guerra di conquista. Il termine "cuneiforme" significa letteralmente "a forma di cuneo" e deve la propria origine all'aspetto a forma di cuneo dei piccoli tratti che caratterizzano i segni della scrittura mesopotamica. Le origini della scrittura sumera sono da ricercare nelle esigenze sorte nell'ambito dell'economia e dell'amministrazione pubblica. Con la crescita della produttività del paese, dovuta al controllo dello stato sui sistemi di canalizzazione e irrigazione, la produzione agricola in eccesso fu raccolta nei depositi e nei granai cittadini, e questo rese necessaria l'istituzione di una contabilità sia delle merci che provenivano dalle città sia dei prodotti manufatti che lasciavano le città per la campagna. Inizialmente la scrittura è logo - grafica con cui è semplice dare espressione a termini concreti, come "pecora" per mezzo dell'immagine della pecora, ma questo modo della raffigurazione deve ben presto evolversi in un metodo in cui le immagini possano esprimere non solo gli oggetti che essi rappresentano ma anche le parole a cui questi possono essere in un secondo momento associati. Così l'immagine del sole può rappresentare secondariamente le parole "luminoso, bianco" e in seguito anche "giorno".

Una logografia di questo tipo ha l'inconveniente di non poter esprimere molte parti del discorso e forme grammaticali, molto più seri sono i limiti del sistema in relazione alla scrittura dei nomi propri. Fu proprio la necessità di una rappresentazione adeguata dei nomi propri a portare infine allo sviluppo della fonetizzazione, il cui principio consiste nell'associazione di parole di difficile scrittura con segni che assomiglino a queste parole nel suono e che siano facili da disegnare.


Il nome della scrittura geroglifica degli Egizi deriva dal greco ieroglyphica grammata e deve la sua origine alla credenza che questo tipo di scrittura fosse usato principalmente dagli Egizi per fini sacri e su pietra (ieros significa "sacro" e glyphein significa "incidere"). È un metodo di scrittura descrittivo - figurativo, che consiste nel raffigurare un evento trascurando completamente, come nell'arte, il proposito fondamentale della scrittura in senso proprio che è quello di riprodurre il flusso della lingua parlata. Per tutta la sua storia l'egiziano fu una lingua logo - sillabica. La forma di scrittura geroglifica, usata principalmente per essere esposta pubblicamente, non era la scrittura della vita pratica quotidiana. Per questo scopo gli Egizi svilupparono due forme di scritture corsive, dapprima la ieratica e poi la demotica. Una volta introdotto, il principio di fonetizzazione si diffuse rapidamente. Con esso si aprirono orizzonti mai esplorati all'espressione di tutte le forme linguistiche, non importa quanto astratte esse fossero, per mezzo di simboli scritti. Nei geroglifici la cosa è rappresentata con un legame forte tra simbolo e referente, e l'alfabeto spezzerà questo rapporto.
Nella dicotomia oralità - scrittura la verità risiede nell'essere in presenza. Socrate, così come Gesù, non ha scritto i suoi insegnamenti, sono stati altri a trascriverli. Secondo la tradizione ebraica la Torah orale è anteriore alla Torah scritta, della quale è l'interpretazione e Machloqet significa discussione polemica tra due maestri a proposito di un argomento. La discussione è possibile in quanto la legge è "Halakah" ossia cammino, passo. La discussione può nascere in quanto la legge non è un prodotto ma una produzione. Gli esami universitari, gli esperimenti scientifici e i processi giudiziari si effettuano in presenza e oralmente. Inoltre la comunicazione orale non è fatta dal solo messaggio linguistico e dal suo contenuto razionale, ma dai tratti sovrasegmentali, cioè la prossemica e la cinesica.
Secondo i greci "essere" significa "essere in presenza", per esempio per contare qualcosa è necessario essere in presenza del fenomeno osservato. In un ontologia così concepita il concetto di tempo non include il presente ma il passato (che è ricordo e memoria) e il futuro (che è l'incerto). Questa concezione ci permette di non restare imbrigliati nel paradosso di Agostino e Heidegger secondo cui il presente non esiste perché divide due cose che non esistono: il passato che non c'è più e il futuro che non c'è ancora. Platone così scrisse nel Timeo : " Ma le danze di questi astri e i loro incontri, e i ritorni e gli avvicinamenti dei circoli, e quali dèi nei congiungimenti siano vicini fra loro e quanti opposti, e dietro a quali, coprendosi a vicenda, e in quali tempi si nascondano a noi, e di nuovo apparendo mandino terrori e segni delle cose future a quanti non sanno questi calcoli, tutte queste cose sarebbe vana fatica spiegarle senza avere avanti agli occhi le loro immagini. " (40 d).
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mercoledì 9 settembre 2009

Divulgazione Scientifica: Astronomia, storia dell'astronomia

Il lungo cammino del polo
Divulgazione Scientifica: Astronomia, storia dell'astronomia

Il fenomeno di precessione, detto anche grande ciclo o anno platonico, anima l'asse terrestre. Quest'ultimo è inclinato di 23° 26' sul piano dell'eclittica e descrive un cono di pari semiampiezza nel corso di 25 mila e 800 anni; inoltre esso produce, col tempo, lo spostamento in posizione di tutte le stelle rispetto al sistema di coordinate (ascensione retta e declinazione) che è riferito all'equatore e ai poli celesti. Le estremità ideali dell'asse terrestre, trascinate nel movimento conico di precessione, descrivono dunque nel firmamento due circonferenze di pari ampiezza, una nell'emisfero boreale centrata in corrispondenza di una nebulosa gassosa nella costellazione del Dragone, l'altra nell'emisfero meridionale con centro nella costellazione del Dorado, molto prossimo alla Grande Nube di Magellano. Ambedue le circonferenze sottendono 23° 26' di raggio e, mentre la prima viene percorsa in senso retrogrado (cioè da est verso ovest) l'altra lo è in senso diretto. I due circoli individuano dunque le posizioni assunte, epoca per epoca, dai poli celesti: le stelle candidate per la propria ubicazione a fungere da Polare per l'emisfero settentrionale sono state, col tempo, diverse e lo saranno nel remoto futuro. Circa 4000 anni avanti la nostra era, fu la fievole stella 4 della costellazione del Dragone, ad indicare la direzione del nord alle sparse tribù dell'età del bronzo che abitavano i fertili altipiani della Mesopotamia. Quindici secoli dopo, nel 2500 a.C., gli astronomi egizi della seconda dinastia eseguivano misure d'altezza della Polare riferendosi alla stella a della medesima costellazione, e di uguale splendore. È questa Thuban, che fu la polare al tempo del re di Uruk e Gilgamesh. Trascinata dal costante moto di precessione, l'estremità nord dell'asse del mondo continuò a spostarsi lentamente lungo l'immaginario circolo celeste passando, nel 1000 a.C., fra la stella k del Dragone e la b dell'Orsa Minore. Quell'epoca, che assistette all'invasione dei Dori ed alla distruzione di Troia, segna anche l'ingresso del polo celeste nella costellazione ove si trova ancora al giorno d'oggi. Alla stella b UMi, tre volte più luminosa dell'altra nel Dragone, fu facile aggiudicarsi il ruolo di astro guida, nonostante si discostasse di almeno 6° dal polo reale: i Cinesi la considerarono l'effige celeste della dea Tou-Mu la quale aveva il potere di salvaguardare i marinai dai naufragi, ed era stata assunta ed ospitata nel polo proprio per questo scopo, insieme al marito e al figlio. La chiamavano anche «stella reale» e la osservavano attraverso dischi forati di giada, gli Hsun-Chi e i Pi i quali, tenuti a distanza dall'occhio dell'osservatore di modo che la loro periferia venisse a coincidere con un certo numero di stelle determinate, consentivano di localizzare con precisione il polo celeste.
Nei secoli successivi gli Arabi chiamarono la stella col nome di Al Kaukab-ash-Shamali (Kochab è ancora la denominazione di b UMi) che vuol dire «la Stella del Nord», e ritroviamo effigiato l'astro in incisioni risalenti all'epoca della seconda rivolta degli Ebrei (132 a.C.) nelle quali esso si vede sovrastare il tempio di Gerusalemme. Si tratta di una circostanza simbolica poiché il condottiero ebraico rispondeva al nome di Bar Kochabh che significa letteralmente «figlio della stella», della stella del Nord appunto, come ricordava l'accezione araba del nome. All'epoca di Talete e di Eudosso (Vll-IV sec. a.C.), essendo Kochab la polare del momento, risalgono le citazioni più antiche riguardo all'Orsa Minore in qualità di costellazione distinta dalle altre. La nostra Polaris, a UMi, l'astro principale della plaga celeste, si trovava ad essere allora anche l'astro più luminoso che girava da presso intorno al polo. Fu forse per questa ragione che a UMi venne conosciuta come Stella Polare, dall'etimo di poléo (io giro). Se questo è vero, appare curioso pensare che, contrariamente alla caratteristica d'immobilità oggi attribuita all'astro del nord, per i nostri antenati la proprietà saliente della Polare fosse invece quella di girare. Ma è più plausibile, a ben riflettere, che l'etimologia di polo e polare sia da collegarsi al significato di «cardine» o «perno» dell'ideale sfera celeste trascinante, infisse, le stelle durante la propria rotazione diurna.

Ma torniamo alla precessione del polo. Intorno al lX secolo della nostra era, nella lenta gara di staffetta, intervenne ad assumere il ruolo di Polare la debolissima stella 32 H della costellazione della Giraffa: fu essa che guidò probabilmente i Vichinghi nelle loro avventurose scorribande per i mari del nord. Ma ormai incalzava la a UMi, la più fulgida stella dell'Orsa Minore; e fu essa a subentrare nella preziosa funzione di indicatrice del nord. È probabile che gli Arabi rimanessero indignati dalla perdita di incarico e di dignità subita dalla stella Kochab che continuavano, d'altra parte, a considerare la legittima detentrice del titolo di Polare. Riguardarono pertanto la stella a alla stregua di un'usurpatrice senza scrupoli, una malvivente della peggiore specie, e giunsero a chiamarla finanche col nome di Al-Ruccabah che vuol dire «furfante». II polo celeste boreale, da parte sua, si è andato accostando sempre più alla a UMi nel corso degli ultimi secoli. La marcia di avvicinamento alla a UMA proseguirà fino al 2100. A partire da quell'epoca, la stella più fulgida della Piccola Orsa verrà abbandonata dall'estremità dell'asse terrestre il quale, fra un centinaio d'anni, finirà con l'uscire dall'attuale costellazione per penetrare in quella adiacente del Cefeo. Nel 40° secolo avvicinerà la stella g o Er Rai di quella costellazione: poi, dopo altri 20 secoli, eccolo avanzarsi, fra la b e la i . Seguiranno altri 1500 lunghi anni, ed infine la stella a Cephei, Alderamin, in magnitudine 2,6, diverrà la nuova Stella Polare. Il corso del polo lungo il circolo di precessione sarà destinato a raggiungere poi altre tappe importanti. A partire dall'anno 9000 ecco la splendida stella Deneb, nella costellazione del Cigno, farsi avanti ber reclamare il suo ruolo di astroguida, forse ormai del tutto inutile per un'umanità che avrà appreso da tempo ad utilizzare sistemi impensabili di orientamento. Nell'anno 10.700 d.C. la stella d , posta all'estremità della Gran Croce del Nord (costellazione del Cigno), verrà ad occupare esattamente il punto più settentrionale del cielo ma, dall'anno 13.000 in avanti, il corso del polo, mutando ancora plaga celeste, si dirigerà alla volta di una delle più fulgide gemme del firmamento boreale: la stella Vega, nella Lira. Può essere curioso notare che, dalla nascita di Cristo fino all'epoca in cui sarà Vega a culminare sulle regioni iperboree del nostro pianeta, sarà trascorso quasi esattamente mezzo anno platonico durante il quale l'estremità dell'asse della Terra avrà descritto per metà il suo lungo circolo di precessione attraverso le costellazioni del firmamento.
Divulgazione Scientifica: Astronomia, storia dell'astronomia

mercoledì 2 settembre 2009

Divulgazione Scientifica: Storia della Scienza, Astronomia, Osservazione Astronomica, Storia dell'astronomia

La precessione Luni-solare


divulgazione scientifica, storia della scienza, astronomia, storia dell'astronomia



La Terra è rigonfia all'equatore, di conseguenza l'azione gravitazionale del Sole e della Luna è più intensa in corrispondenza di questa zona che su tutte le altre regioni della Terra. Poiché l'asse terrestre è inclinato, l'asse dell'equatore e dell'eclittica non coincidono. L'azione attrattiva del Sole e della Luna tendono a raddrizzare l'asse terrestre rispetto al piano dell'eclittica e a far coincidere i due piani. La rotazione della Terra determina, da parte dell'asse, una risposta tale che questo tende ad oscillare rispetto al piano dell'eclittica, descrivendo un doppio cono con vertice comune nel centro della Terra. A tale movimento è stato dato il nome di precessione luni-solare. Per una migliore comprensione del fenomeno descritto, si può pensare ad una trottola in movimento con l'asse di rotazione inclinato. La forza di gravità tende a portare l'asse in posizione orizzontale e farebbe cadere la trottola se questa fosse ferma. Ciò però non avviene perché la trottola gira: per l'azione combinata della gravità e del moto di rotazione, l'asse effettua un movimento conico facendo oscillare la trottola. Il moto di precessione si completa in 26.000 anni. Nonostante la sua notevole lentezza, fu individuato nel II sec. a.C. dall'astronomo greco Ipparco. Egli, convinto sostenitore del modello geocentrico, riuscì, fra l'altro, a compilare un Catalogo comprendente le posizioni e le stime di splendore di oltre mille stelle. Dal confronto tra le posizioni da lui determinate e quelle stabilite circa un secolo e mezzo prima da Aristillo e Timocare, poté rilevare un aumento generale dei valori di ascensione retta: da qui scoprì il fenomeno della precessione e la necessità di distinguere l'anno solare dall'anno sidereo. Ipparco riuscì anche a precisare la posizione del Sole sulla sfera celeste in ogni giorno dell'anno, a determinare le dimensioni e la distanza della Luna, a sviluppare un sistema affidabile di previsione delle eclissi.




Quanto riferito sin qui su questo moto della Terra non deve apparire in contraddizione con il fatto che l'asse terrestre nel moto di evoluzione guarda sempre nella direzione della Stella Polare e, pertanto, è come se fosse immobile; questo è vero nel corso di un anno, di più anni ma per il moto di precessione, non è del tutto vero se si considerano tempi secolari o millenari. Oggi la stella più vicina al polo Nord celeste è la Stella Polare, ma non è stato e non sarà sempre così. Fra 13.000 anni a indicare il polo Nord sarà la stella Vega della costellazione della Lira, tra altri 13.000 tornerà a indicarlo la Stella Polare. Nel corso del moto di precessione l'inclinazione dell'asse si mantiene costante e perciò il cono risulta avere un'ampiezza angolare di 46° 54'.È evidente che il mutamento di direzione dell'asse terrestre comporta un continuo spostamento nello spazio dell'equatore celeste, il cui piano è perpendicolare a tale asse per cui varia anche l'intersezione del piano equatoriale col piano dell'eclittica, cioè si va spostando anche la linea degli equinozi. Siccome il moto conico dell'asse terrestre si compie in senso orario, anche la linea equinoziale si muove in questo senso, che è contrario (retrogrado) al movimento della Terra sull'orbita; lo stesso avviene anche sulla linea dei solstizi, essendo essa sempre perpendicolare a quella degli equinozi. In conseguenza della precessione degli equinozi, col tempo cambia la posizione che il Sole assume nei vari momenti dell'anno rispetto alle costellazioni dello Zodiaco. Ad esempio, mentre nel IV secolo a.C. all'inizio della primavera boreale il Sole si vedeva proiettato nella costellazione dell'Ariete, attualmente nello stesso periodo dell'anno lo si vede nella costellazione dei Pesci; come se da allora ad oggi lo Zodiaco si fosse spostato di una costellazione, ruotando di circa 30° verso oriente, cioè in senso antiorario. Tuttavia il quadro zodiacale riportato ancora oggi nei calendari è quello dell'antichità, e così quando si dice che il Sole è, ad esempio, nel segno dell'Ariete si deve intendere che esso si trova nella posizione in cui un tempo c'era questa costellazione, mentre attualmente c'è quella dei Pesci. Lo spostamento (anticipo) dei punti sull'orbita terrestre in cui si verificano gli equinozi e i solstizi non deve far credere che cambino anche le date di questi momenti fondamentali dell'anno: gli equinozi e i solstizi, che segnano l'inizio delle quattro stagioni astronomiche, cadono sempre alle stesse date del nostro calendario, che si basa sull'anno solare (o tropico) e non sull'anno sidereo.


divulgazione scientifica, storia della scienza, astronomia, storia dell'astronomia, osservazione astronomica

martedì 14 luglio 2009

un modo di divulgazione scientifica


Serate di divulgazione scientifica


Nel corso delle serate si parlerà di:

Storia dell'astronomia, esposizione divulgativa dell'astronomia e astrofisica, racconto del cielo e dei suoi protagonisti, redazione di oroscopi scientifici.


lunedì 13 luglio 2009

divulgazione scientifica

Serate di osservazione astronomica (divulgazione scientifica)


Lettura guidata del cielo
- Orientamento con gli astri
individuazione della stella polare, determinazione della latitudine e longitudine,
l'orario cosmico...
- Racconti dei cicli mitologici raffigurati in cielo
ciclo della Grande Orsa, di Perseo, di Ercole...
sposizione divulgativa delle meraviglie cosmiche (buchi neri, galassie, nebulose...)

- Osservazione al telescopio dei luminari celesti
la luna e i suoi mari
i pianeti visibili con le loro lune e anelli
stelle e oggetti del cielo profondo

- Oroscopo astronomico (scientifico)
a differenza dell'oroscopo astrologico che non tiene conto della reale posizione della volta
celeste, mutata a causa della precessione degli equinozi, l'oroscopo astronomico (scientifico) fornisce il vero
segno zodiacale. L'uso di software dedicato ci permetterà di offrire ai suoi clienti l'oroscopo
astronomico con relativa interpretazione e la stampa della mappa astrale personalizzata



locandina


Divulgazione scientifica, Storia della Scienza, Storia dell'astronomia, Fisica, Oroscopo Scientifico

La freccia del tempo
Divulgazione Scientifica, Storia della Fisica, Entropia, Storia della Scienza, Filosofia della Scienza

Uno tra i maggiori misteri della scienza è la direzionalità del tempo, la distinzione fra passato e futuro. A livello subatomico, né le vecchie idee della meccanica classica né la moderna meccanica quantistica distinguono fra passato e futuro. In un'interazione tipica implicante particelle subatomiche, due particelle possono incontrarsi e interagire in qualche modo per produrre due particelle diverse, che poi si separano. Le leggi della fisica dicono che quasi tutte tali interazioni possono decorrere altrettanto bene in senso inverso, e che le due particelle «finali» possono incontrarsi e interagire dando le due particelle «originarie». A questo livello non c'è alcuna possibilità di distinguere fra passato e futuro semplicemente considerando ciascuna coppia di particelle. Al livello macroscopico dei nostri sensi, però, la distinzione fra passato e futuro è ovvia. Le cose si consumano; le persone invecchiano. In una situazione macroscopica equivalente all'interazione fra particelle, possiamo immaginare un bicchiere in precario equilibrio sull'orlo di un tavolo che a un certo punto cade sul pavimento e va in frantumi. Non abbiamo mai visto bicchieri rotti ricomporsi, anche se ognuna delle interazioni fra atomi che si verificano durante la rottura del bicchiere è reversibile, secondo le leggi note della fisica. Se ci venissero mostrate due fotografie, una del bicchiere sul tavolo e una del bicchiere rotto sul pavimento, non avremmo alcuna difficoltà a ordinarle nel tempo. Quando ci occupiamo di sistemi complessi contenenti molte particelle, c'è una freccia del tempo insita nelle cose, che le fa procedere dal passato al futuro.
È però importante distinguere fra una freccia orientata verso il futuro e una freccia che si muove verso il futuro. L'analogia corretta è quella con l'ago di una bussola, che indica il nord ma non deve muoversi verso nord (o verso qualsiasi altra direzione). Se avessimo un film del bicchiere che cade dal tavolo, anziché due semplici immagini «prima e dopo», e se i singoli fotogrammi del film venissero ritagliati e poi mescolati insieme, noi saremmo ancora in grado di ridisporli nel giusto ordine. Per potere accertare la direzione passato-futuro non c'è bisogno di far girare la pellicola nel proiettore. Alcuni scienziati (e filosofi) sostengono che la sensazione che abbiamo del passare del tempo potrebbe essere solo un'illusione, dovuta all'esame che la nostra mente fa della nostra storia personale. La realtà sottostante, sia del passato sia del futuro, potrebbe esistere simultaneamente, come i diversi fotogrammi di un film, anche se la nostra attenzione è costretta a seguire la storia in modo sequenziale, un fotogramma per volta. Stiano o no le cose in questi termini (un problema su cui la discussione è tutt'altro che chiusa), rimane vero che c'è una distinzione fra passato e futuro, la quale può essere rappresentata da una freccia orientata dal passato verso il futuro. Questa distinzione può essere espressa matematicamente. La scienza della termodinamica si fonda sull'analisi del modo in cui le cose cambiano mentre «ci muoviamo» dal passato verso il futuro. L'idea chiave è che nell'universo la quantità di disordine cresce continuamente: i bicchieri si rompono ma non si ricompongono. I fisici misurano il disordine in termini di una quantità chiamata entropia; la legge più fondamentale della fisica dice che l'entropia di un sistema chiuso cresce sempre, è il secondo principio della termodinamica).
Gli effetti di questa legge possono essere evitati in un sistema aperto, che disponga di una sorgente esterna di energia. Il secondo principio sembra essere violato sulla Terra, poiché gli organismi crescono e le persone possono, per esempio, prendere un mucchio di mattoni e trasformarli in una struttura molto più ordinata, componendoli a formare una casa. Tutto questo dipende però dall'esistenza di un apporto esterno di energia, la quale deriva in ultima analisi dal Sole. La diminuzione di entropia che si verifica di continuo sulla Terra è molto inferiore all'aumento di entropia associato alle reazioni di fusione nucleare che hanno luogo all'interno del Sole e al modo in cui questo irradia calore nello spazio. L'entropia dell'intero universo, globalmente considerato, aumenta con il passare del tempo: in altri termini, gli stati dell'universo con un'entropia superiore corrispondono alla direzione del futuro rispetto a stati con entropia inferiore. Questa medesima freccia del tempo è incorporata nella struttura dell'universo in un altro modo. L'universo si espande, cosicché la distanza fra le galassie aumenta. Gli stati dell'universo in cui le galassie sono più lontane fra loro corrispondono alla direzione del futuro rispetto a stati in cui le galassie sono più vicine. La freccia del tempo suprema è fornita dal big bang stesso: dovunque ci si trovi nell'universo, e in qualunque tempo, il big bang si trova sempre nella direzione del passato. In qualche modo, l'universo emerse dal big bang con un'entropia abbastanza bassa da permettere la formazione di stelle, pianeti ed esseri viventi; da allora ha continuato a scaricarsi come un vecchio orologio a molla. Il calore non può passare da un corpo più freddo a uno più caldo (un altro modo per esprimere il secondo principio), cosicché c'è un flusso a senso unico di energia dalle stelle splendenti all'universo freddo e buio. Se e quando tutte le stelle e le altre sorgenti di energia nell'universo avranno ceduto completamente il loro calore, l'intero universo sarà in uno stato di temperatura uniforme in cui nulla cambierà mai più. Esso avrà subito una «morte termica».
Si chiarisce così un altro modo di considerare la freccia del tempo e il concetto di entropia. La quantità di energia contenuta in un sistema chiuso (o nell'intero universo) non può cambiare: è il primo principio della termodinamica. Quand'anche la massa venisse convertita in energia, in linea con l'equazione di Einstein E=mc2 , essa sarebbe considerata una forma di energia immagazzinata, cosicché non si avrebbe creazione di «nuova» energia. Il secondo principio ci dice, quindi, che in qualsiasi interazione in un sistema chiuso la quantità di energia «utile» diminuisce.
L'energia utile è energia in grado di fare lavoro. Per esempio, il bicchiere che cade dal tavolo potrebbe, in linea teorica, essere collegato a un sistema di pulegge in grado di azionare un generatore e convertire in energia elettrica l'energia gravitazionale associata alla sua caduta. Se invece il bicchiere cade liberamente, questa energia gravitazionale potenzialmente utile è convertita in energia di moto (energia cinetica). Quando il bicchiere colpisce il pavimento e si rompe, l'energia cinetica viene trasformata in calore e dissipata, in quanto gli atomi e le molecole del bicchiere e del pavimento sono scossi dall'urto e vibrano più rapidamente. Questa energia termica si trasforma infine in radiazione infrarossa e viene dissipata nello spazio; essa non potrà essere usata mai più per compiere lavoro utile. Non vedremo mai radiazione proveniente dallo spazio far muovere gli atomi e le molecole del pavimento e dei frammenti del bicchiere nel modo giusto per ricomporre il bicchiere e per farlo saltare nuovamente sul tavolo. Quand'anche la caduta del bicchiere fosse stata sfruttata per compiere lavoro utile fornendo energia meccanica a un generatore elettrico, una parte della sua energia sarebbe andata perduta per effetto dell'attrito e sarebbe stata convertita in calore. Nessun processo di conversione di energia è perfetto: perciò non si potrà mai costruire una macchina del moto perpetuo (per esempio usando l'elettricità generata dal bicchiere in caduta per azionare un motore che rimetta il bicchiere sul tavolo).
Ma ci troviamo ancora di fronte all'enigma che, quando il bicchiere cade e si rompe, ogni interazione implicante un paio di atomi o di molecole è, in linea di principio, reversibile. Perché le cose non vanno dunque mai «all'indietro»? Una possibilità è che ciò non sia assolutamente impossibile, ma solo estremamente improbabile. Dimentichiamoci, per il momento, del bicchiere che cade e consideriamo un sistema più semplice: una scatola divisa in due parti da un tramezzo, con un gas da un lato dei tramezzo e il vuoto dall'altra. Se togliamo il tramezzo, il gas si diffonderà nell'intera scatola (e, per inciso, diventerà un po' più freddo: è questo il principio del funzionamento del frigorifero). Per quanto tempo possiamo restare seduti a osservare la scatola, non ci aspetteremmo mai di vedere tutti gli atomi e le molecole del gas tornare indietro nella metà della scatola occupata in precedenza lasciando vuota l'altra metà. Eppure ogni collisione fra due delle particelle contenute nella scatola è teoricamente reversibile. Se potessimo avere una bacchetta magica e rovesciare il moto di tutte le particelle, riavremmo il gas nella disposizione ordinata iniziale. Nell'Ottocento il fisico e matematico francese Henri Poincaré (1854-1912) mostrò che un tale gas «ideale», rinchiuso in una scatola, dovrà passare infine per tutte le possibili disposizioni di particelle permesse dai principi della termodinamica. Atomi e molecole, continuando a rimbalzare intorno, assumeranno prima o poi qualsiasi disposizione permessa, compresa quella che prevede tutto il gas in una metà della scatola. Se attendessimo per un tempo abbastanza lungo, il sistema tornerebbe al suo punto di partenza, e il tempo sembrerebbe scorrere all'indietro. Qui l'espressione chiave è «per un tempo abbastanza lungo». II tempo richiesto perché tutte le particelle passino per tutte le possibili disposizioni si chiama tempo di un ciclo di Poincaré, ed è legato al numero di particelle contenute nella scatola. Persino una piccola scatola di gas potrebbe contenere 10 22 atomi, e un tale numero di atomi, per passare per tutte le possibili disposizioni, avrebbe bisogno di un tempo molto più lungo dell'età dell'universo. I tempi dei cicli di Poincaré hanno di norma nei loro numeri più zeri di quelli del numero delle stelle in tutte le galassie note prese insieme, e ben rappresentano le probabilità contrarie al verificarsi di una qualsiasi disposizione quando noi osserviamo la scatola del gas, o attendiamo che il bicchiere salti intatto sul tavolo.
La risposta che si dà normalmente alla domanda del perché il mondo sia reversibile alla scala microscopica ma irreversibile a quella macroscopica (ossia del perché la freccia del tempo punti in una sola direzione) è quindi che la legge dell'aumento dell'entropia sia una legge statistica; una diminuzione dell'entropia non è proibita, ma solo estremamente improbabile.
Considerazioni come queste condussero il fisico austriaco Ludwig Boltzmann (1844-1906) a suggerire che l'universo potrebbe essere un gigantesco capriccio statistico. Se immaginiamo una situazione in cui si sia verificata la morte termica e tutto sia uniforme, secondo l'interpretazione dell'opera di Poincaré data da Boltzmann, di tanto in tanto accadrà, per puro caso, che tutte le particelle presenti in una parte dell'universo si muovano esattamente nel modo giusto per creare stelle, o galassie, o un big bang. In una tale regione dell'universo, in effetti, il tempo decorrerebbe temporaneamente all'indietro, creando ordine dal disordine. Poi la bolla a bassa entropia tornerebbe a uno stato più probabile. Questa idea non viene presa molto sul serio dai cosmologi attuali, ed è stata soppiantata dal modello del big bang, anche se ha qualche somiglianza (con variazioni) sul modello dello stato stazionario. Essa offre però ancora interessanti intuizioni sulla natura del tempo, come ha sottolineato Paul Davies, che insegna ora all'Università di Adelaide. Se la freccia del tempo punta sempre nella direzione dell'aumento dell'entropia, potrebbe non avere senso dire che il tempo scorre «all'indietro» al crescere della bolla di Boltzmann. Un osservatore intelligente che si trovasse in una tale regione dell'universo percepirebbe ancora una freccia del tempo orientata verso una maggiore entropia, verso lo stato della morte termica. In altri termini, anche se l'universo stesse in realtà «collassando» invece di espandersi, muovendo verso una singolarità, anziché allontanarsi da una singolarità, osservatori intelligenti come noi potrebbero ancora percepire il «futuro» come il tempo in cui le galassie sono più distanziate. Queste non sono semplici elucubrazioni filosofiche, giacché talune variazioni sul modello del big bang suggeriscono che un giorno l'espansione dell'universo avrà termine e poi si rovescerà. Se e quando ciò accadrà, il tempo scorrerà all'indietro? E in tal caso, gli esseri intelligenti se ne renderanno conto o penseranno di stare vivendo in un universo in espansione, anche se in realtà esso si sta contraendo? Noi potremmo vivere in un universo in contrazione e non rendercene conto!
Divulgazione Scientifica, Storia della Fisica, Entropia, Storia della Scienza
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La durata reale

Divulgazione Scientifica, Storia della Fisica, Filosofia della Scienza
Ma per noi è incredibilmente difficile rappresentarci la durata nella sua purezza originaria; e ciò deriva certamente dal fatto che noi non siamo gli unici a durare: le cose esterne - sembra - durano come noi, e, considerato da quest'ultimo punto di vista, il tempo assomiglia molto a un mezzo omogeneo. Non solo i momenti di questa durata sembrano essere esterni gli uni agli altri, come lo sarebbero i corpi nello spazio, ma il movimento percepito dai nostri sensi è, in qualche modo, il segno tangibile di una durata omogenea e misurabile. Ma c'è di più, il tempo entra nelle formule della meccanica, nei calcoli dell'astronomo e persino del fisico, sotto forma di quantità. Si misura la velocità di un movimento, il che implica che anche il tempo sia una grandezza. E la stessa analisi che abbiamo appena tentato deve essere completata, poiché se non viene misurata la durata propriamente detta, cosa misurano allora le oscillazioni del pendolo? Si ammetterà, a rigore, che la durata interna, percepita dalla coscienza, si confonde con l'incastrarsi dei fatti di coscienza gli uni negli altri, con l'arricchimento graduale dell'io; ma, si dirà, il tempo che l'astronomo introduce nelle sue formule, il tempo che i nostri orologi dividono in particelle uguali, questo tempo è un'altra cosa, è una grandezza misurabile, e quindi omogenea. Eppure non è così: un esame accurato dissiperà anche quest'ultima illusione.
Quando seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento della lancetta che corrisponde alle oscillazioni del pendolo, non misuro la durata, come potrebbe sembrare; mi limito invece a contare delle simultaneità, cosa molto diversa. Al di fuori di me, nello spazio, vi è un'unica posizione della lancetta e del pendolo, in quanto non resta nulla delle posizioni passate. Dentro di me, si svolge un processo d'organizzazione o di mutua compenetrazione dei fatti di coscienza, che costituisce la vera durata: mi rappresento ciò che io chiamo le oscillazioni passate del pendolo, nello stesso tempo in cui percepisco l'oscillazione attuale, proprio perché io duro in questo modo. Sopprimiamo ora, per un istante, l'io che pensa queste cosiddette oscillazioni successive; avremo sempre una sola oscillazione del pendolo, anzi una sola posizione di questo pendolo, e quindi nessuna durata. Sopprimiamo, d'altra parte, il pendolo e le sue oscillazioni; avremo solo la durata eterogenea dell'io, senza momenti esterni gli uni agli altri, senza rapporto con il numero. Così, nel nostro io, vi è successione senza esteriorità reciproca; al di fuori dell'io, esteriorità reciproca senza successione: esteriorità reciproca, in quanto l'oscillazione presente è radicalmente distinta dalla oscillazione precedente che non è più; ma assenza di successione, in quanto la successione esiste solo per uno spettatore cosciente che ricordi il passato e giustapponga le due oscillazioni o i loro simboli in uno spazio ausiliario. Ora, tra questa successione senza esteriorità e questa esteriorità senza successione si attua una specie di scambio, abbastanza simile a quello che i fisici chiamano un fenomeno di endosmosi (passaggio di un liquido dall'esterno all'interno di un diaframma poroso, ndr ). Siccome ognuna delle fasi successive della nostra vita cosciente, che tuttavia si compenetrano fra loro, corrisponde a una oscillazione del pendolo ad essa simultanea, e siccome d'altra parte queste oscillazioni sono nettamente distinte, poiché quando una si produce l'altra non c'è più, contraiamo l'abitudine di stabilire la stessa distinzione tra i momenti successivi della nostra vita cosciente: le oscillazioni del bilanciere la scompongono, per così dire, in parti esterne le une alle altre. Di qui l'idea erronea di una durata interna omogenea, analoga allo spazio, i cui momenti identici si susseguirebbero senza compenetrarsi. Ma, d'altra parte, le oscillazioni pendolari, che sono distinte solo perché quando una appare l'altra si dissolve, traggono in qualche modo vantaggio dall'influenza che così hanno esercitato sulla nostra vita cosciente. Grazie al ricordo del loro insieme che la nostra coscienza ha organizzato, esse si conservano per poi allinearsi: insomma, noi creiamo per loro una quarta dimensione dello spazio, che chiamiamo il tempo omogeneo, e che permette al movimento pendolare, sebbene si produca sempre nello stesso luogo, di giustapporsi indefinitamente a se stesso. Ecco infatti che cosa scopriamo ora provando a stabilire quale ruolo spetti esattamente al reale e quale invece all'immaginario, all'interno di questo processo molto complesso. C'è uno spazio reale, senza durata, ma in cui certi fenomeni appaiono e scompaiono simultaneamente ai nostri stati di coscienza. C'è una durata reale, i cui momenti eterogenei si compenetrano, ma ciascun momento della quale può essere avvicinato a uno stato contemporaneo del mondo esterno e, per l'effetto di questo stesso avvicinamento, separato dagli altri momenti. Dal confronto di queste due realtà si genera una rappresentazione simbolica della durata, ricavata dallo spazio. La durata assume così la forma illusoria di un mezzo omogeneo, e il collegamento fra questi due termini - lo spazio e la durata - è la simultaneità, che si potrebbe definire come l'intersezione tra il tempo e lo spazio [...]. Dicevamo dunque che parecchi strati di coscienza si organizzano fra loro, si compenetrano, si arricchiscono sempre più, e che ad un io che ignorasse lo spazio, essi potrebbero fornire così il sentimento della durata pura; ma già per impiegare il termine "parecchi" avevamo isolato questi stati gli uni dagli altri, li avevamo esteriorizzati, gli uni rispetto agli altri, li avevamo insomma giustapposti; e così, la stessa espressione cui abbiamo dovuto far ricorso, tradiva la nostra abitudine radicata di dispiegare il tempo nello spazio. Ed è necessariamente dall'immagine di questo dispiegamento, una volta che esso sia compiuto, che prendiamo a prestito i termini destinati ad esprimere lo stato di un'anima che non l'abbia ancora compiuto: questi termini sono dunque intaccati da un vizio originario, e la rappresentazione di una molteplicità senza rapporto con il numero o con lo spazio, sebbene sia chiara per un pensiero che rientri in se stesso e si astragga, non può tradursi nel linguaggio del senso comune. E tuttavia, se parallelamente non consideriamo ciò che abbiamo chiamato una molteplicità qualitativa, non possiamo nemmeno formulare l'idea di una molteplicità distinta. Non è forse vero che quando contiamo esplicitamente delle unità allineandole nello spazio, accanto a questa addizione i cui termini identici si profilano su uno sfondo omogeneo, nelle profondità dell'anima queste unità continuano ad organizzarsi e une con le altre, processo affatto dinamico, abbastanza simile alla rappresentazione puramente qualitativa che un'incudine sensibile potrebbe farsi del numero crescente dei colpi di martello?

H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza , in Opere (1889-1896), trad, di F. Sassi, Mondadori
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Il problema della longitudine
Divulgazione Scientifica, Storia della Scienza, Storia dell'astronomia
All'inizio del XIX secolo, la difficoltà di misurare la longitudine in alto mare era stata identificata come un serio ostacolo alla navigazione oceanica. Si trattava di un problema di tipo non teorico, ma pratico; infatti, l'astronomia forniva metodi per calcolare questa coordinata terrestre, il più seguito dei quali era basato sulla determinazione della posizione della Luna rispetto a stelle di posizione nota e poi, mediante apposite 'tavole lunari', sulla deduzione dell'ora solare che in quel momento si aveva in un dato meridiano, per esempio quello di Greenwich; poiché era nota, o comunque facilmente misurabile a partire dall'altezza del Sole sull'orizzonte, l'ora solare locale, la differenza tra questa e la contemporanea 'ora del meridiano' dava la longitudine, considerando che ogni ora corrisponde a 15° di longitudine.
Questa procedura richiedeva misurazioni molto delicate - relative alla posizione della Luna -, nonché calcoli complessi e lunghi, per cui notevoli energie intellettuali furono sempre dedicate a trovare metodi più semplici, atti a essere usati anche da marinai non dotati di un'approfondita cultura astronomica. Così, fu tentata una via attraverso la misurazione di parametri relativi al campo magnetico terrestre.
Nel 1701 Edmond Halley (1656-1742), astronomo, filosofo naturale e navigatore, realizzò una carta che riportava i valori della declinazione magnetica - cioè della variazione del Nord indicato dalla bussola rispetto al vero Nord - su tutto l'Oceano Atlantico. Nel corso di due viaggi egli aveva raccolto i dati della declinazione relativi a circa 150 posizioni e li rappresentò in quella forma di mappa altamente innovativa che segnava le linee - poi dette 'linee isogone' - mediante le quali erano uniti punti che avevano la stessa declinazione e curvavano dolcemente attraverso l'oceano. Successivamente realizzò una seconda mappa, che pretendeva di coprire il mondo intero, basandosi sulle misurazioni compiute da marinai che avevano viaggiato nell'Oceano Pacifico e nell'Oceano Indiano più di quanto avesse fatto lui stesso. Halley sosteneva che, individuando sulla mappa la linea corrispondente alla declinazione che essi misuravano nel punto in cui si trovavano, i navigatori avrebbero potuto determinare la loro posizione in qualunque oceano navigassero; sfortunatamente, queste carte si rivelarono inesatte e difficili da riprodurre in un formato pratico per i marinai. Metodi per una soluzione 'magnetica' del problema della longitudine continuarono a essere presentati anche dopo l'istituzione nel 1714 della Commissione per la longitudine, che ricevette dal Parlamento inglese l'autorizzazione a elargire fino a 20.000 sterline per un'eventuale soluzione del problema. La lotta per assicurarsi il premio spinse gli sperimentatori a lavorare al perfezionamento sia delle normali bussole di declinazione sia di quelle d'inclinazione, introducendo innovazioni che non sempre furono facili da mettere in pratica durante la navigazione.
Alla fine, com'è noto, il 'problema della longitudine' fu risolto dal costruttore inglese di orologi John Harrison (1693-1776), il quale vinse il concorso (ma non l'intero premio in denaro) per aver realizzato cronometri capaci di conservare l'ora locale di un porto di partenza con uno scarto di pochi minuti in qualche mese di navigazione e che consentivano di ricavare la longitudine in mare dalla loro indicazione nell'istante del mezzogiorno locale, desumibile semplicemente - come accennato - dall'osservazione della massima altezza del Sole sull'orizzonte. Tuttavia, a causa della scarsissima quantità di tali cronometri allora disponibile, per gran parte del XVIII sec. le soluzioni magnetica e astronomica sembrarono le più plausibili per risolvere il problema.
Durante il suo primo viaggio, rilevando i contorni costieri della Nuova Zelanda nel 1769-1770, il capitano James Cook (1728-1779) usò le osservazioni lunari e il calcolo del tempo di un transito di Mercurio per determinare la longitudine, ma durante il secondo viaggio, compiuto tra il 1772 e il 1775, egli optò per uno dei cronometri di Harrison. Affinché si potesse far fronte al problema della longitudine in maniera più generale occorreva una certa distribuzione del lavoro: gli artigiani dovevano essere formati in modo tale da poter riprodurre fedelmente i cronometri di Harrison, mentre i marinai dovevano essere istruiti sulla loro manutenzione. Si rivelò più facile risolvere il problema organizzando la produzione di un congegno meccanico, piuttosto che rivolgersi a mezzi alternativi e istruire i navigatori su come servirsi della misurazione delle distanze lunari per ricavare la posizione.
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Chi siamo

Phd in Fisica e dott.ssa in Filosofia e Storia della Scienza, esperienza decennale nel campo della divulgazione della cultura scientifica.
Organizziamo eventi/spettacoli di osservazione astronomica in Calabria e Toscana con lettura del cielo e dei suoi miti, nozioni basilari di astronomia, proiezioni di immagini e di contenuti esplicativi.
Realizziamo prodotti multimediali inerenti storia della fisica, in particolare fisica quantistica, storia dell'astronomia.
Tony J.G. Apollaro
Valentina Santopaolo

Oroscopo scientifico: Il Controroscopo

Divulgazione scientifica
All’utenza si offre un Controroscopo, ovvero un oroscopo "scientifico", quindi astronomico e non astrologico.

Il Controroscopo consiste di una mappa raffigurante l’intera volta celeste al momento della propria nascita, accompagnata da una legenda cartografica stellare e da una relazione che ne interpreti il contenuto in accordo con la mitologia greco-babilonese. La sezione dedicata alla divinazione, ossia la predizione di eventi futuri di vita quotidiana, sarà ridotta al minimo indispensabile in linea con l’originaria finalità dell’attività astrologica. Tale mappa potrà essere richiesta sia in forma digitale che cartacea.


Storia dell'astronomia

Come noto non solo agli astronomi di professione, ma a chiunque abbia osservato il cielo con un minimo di curiosità, il moto di precessione1 ha cambiato la corrispondenza tra data di nascita e segno zodiacale tradizionale. Valga come esempio: una persona nata il 6 febbraio secondo gli astrologi apparterrebbe al segno dell’Acquario, mentre la posizione del Sole in tale data indica che essa è invece del segno del Capricorno. Ciò testimonia che la maggioranza degli oroscopi commercializzati redatta da astrologi sono compilati senza fare in alcun modo riferimento al cielo. L’acquisita consapevolezza della discrepanza tra oroscopi commerciali e verità astrologica ha generato un vuoto tra la domanda di un oroscopo astronomico e l’offerta di soli oroscopi à la Branko. Al fine di recuperare tale necessaria corrispondenza tra oroscopo, che etimologicamente significa “ora guardo” (il cielo), e astrologia riteniamo opportuno fornire un servizio che tenga conto nella formulazione del tema natale delle effettive effemeridi di tutti gli oggetti astrali d’interesse.




1 Il moto di precessione, storia dell'astronomia, storia della scienza


E' la rotazione dell’asse terrestre intorno alla verticale dell’eclittica. Questo fa sì che gli equinozi cambino nel tempo la loro posizione sulla fascia dello zodiaco, con conseguente mutamento del segno zodiacale corrispondente ad una certa data di nascita. La Terra è rigonfia all’equatore, di conseguenza l’azione gravitazionale del Sole e della Luna è più intensa in corrispondenza di questa zona che su tutte le altre regioni della Terra. Poiché l’asse terrestre è inclinato, l’asse dell’equatore e dell’eclittica non coincidono. L’azione attrattiva del Sole e della Luna tendono a raddrizzare l’asse terrestre rispetto al piano dell’eclittica e a far coincidere i due piani. La rotazione della Terra determina, da parte dell'asse, una risposta tale che questo tende ad oscillare rispetto al piano dell'eclittica, descrivendo un doppio cono con vertice comune nel centro della Terra. A tale movimento è stato dato il nome di precessione luni-solare. Per una migliore comprensione del fenomeno descritto, si può pensare ad una trottola in movimento con l'asse di rotazione inclinato. La forza di gravità tende a portare l'asse in posizione orizzontale e farebbe cadere la trottola se questa fosse ferma. Ciò però non avviene perché la trottola gira: per l'azione combinata della gravità e del moto di rotazione, l'asse effettua un movimento conico facendo oscillare la trottola. Il moto di precessione si completa in 26.000 anni.


Nonostante la sua notevole lentezza, fu individuato nel II sec. a.C. dall’astronomo greco Ipparco. Dal confronto tra le posizioni da lui determinate e quelle stabilite circa un secolo e mezzo prima da Aristillo e Timocare, poté rilevare un aumento generale dei valori di ascensione retta: da qui scoprì il fenomeno della precessione e la necessità di distinguere l'anno solare dall'anno sidereo. Quanto riferito sin qui su questo moto della Terra non deve apparire in contraddizione con il fatto che l’asse terrestre nel moto di evoluzione guarda sempre nella direzione della Stella Polare e, pertanto, è come se fosse immobile; questo è vero nel corso di un anno, di più anni ma per il moto di precessione, non è del tutto vero se si considerano tempi secolari o millenari. Oggi la stella più vicina al polo Nord celeste è la Stella Polare, ma non è stato e non sarà sempre così. Fra 13.000 anni a indicare il polo Nord sarà la stella Vega della costellazione della Lira, tra altri 13.000 tornerà a indicarlo la Stella Polare. Nel corso del moto di precessione l'inclinazione dell'asse si mantiene costante e perciò il cono risulta avere un'ampiezza angolare di 46° 54'. È evidente che il mutamento di direzione dell’asse terrestre comporta un continuo spostamento nello spazio dell’equatore celeste, il cui piano è perpendicolare a tale asse per cui varia anche l’intersezione del piano equatoriale col piano dell’eclittica, cioè si va spostando anche la linea degli equinozi. Siccome il moto conico dell’asse terrestre si compie in senso orario, anche la linea equinoziale si muove in questo senso, che è contrario (retrogrado) al movimento della Terra sull’orbita; lo stesso avviene anche sulla linea dei solstizi, essendo essa sempre perpendicolare a quella degli equinozi. In conseguenza della precessione degli equinozi, col tempo cambia la posizione che il Sole assume nei vari momenti dell'anno rispetto alle costellazioni dello Zodiaco. Ad esempio, mentre nel IV secolo a.C. all'inizio della primavera boreale il Sole si vedeva proiettato nella costellazione dell'Ariete, attualmente nello stesso periodo dell'anno lo si vede nella costellazione dei Pesci; come se da allora ad oggi lo Zodiaco si fosse spostato di una costellazione, ruotando di circa 30° verso oriente, cioè in senso antiorario. Tuttavia il quadro zodiacale riportato ancora oggi nei calendari è quello dell'antichità, e così quando si dice che il Sole è, ad esempio, nel segno dell'Ariete si deve intendere che esso si trova nella posizione in cui un tempo c'era questa costellazione, mentre attualmente c'è quella dei Pesci. Lo spostamento (anticipo) dei punti sull'orbita terrestre in cui si verificano gli equinozi e i solstizi non deve far credere che cambino anche le date di questi momenti fondamentali dell'anno: gli equinozi e i solstizi, che segnano l'inizio delle quattro stagioni astronomiche, cadono sempre alle stesse date del nostro calendario, che si basa sull'anno solare (o tropico) e non sull'anno sidereo.

Nella compilazione di un Oroscopo scientifico o Controroscopo ci sono inoltre due importanti fattori da considerare:

1) Le costellazioni non occupano tutte la stessa porzione di cielo: la Vergine ad esempio è una costellazion molto grande, il Cancro, al contraro, di dimensioni ridotte; questo fa sì che una costellazione non equivalga ad un mese.
2) La fascia dello zodiaco ospita in realtà 13 costellazioni, non dodici come sostengono gli astrologi. Il motivo per cui una costellazione viene omessa è per semplificare le cose: 12 segni per 12 mesi. La costellazione di cui stiamo parlando (che guarda caso è il mio segno zodiacale) è l'Ofiuco (o Serpentario)




Ofiuco rappresenta un uomo con un enorme serpente avvolto attorno alla vita. Egli tiene la testa del serpente nella mano sinistra e la coda nella mano destra. Il serpente è rappresentato dalla costellazione del Serpente. I Greci lo identificarono con Asclepio, il dio della medicina. Asclepio era figlio di Apollo e di Coronis (sebbene qualcuno sostenga che sua madre fosse Arsinoe). La leggenda narra che Coronis tradì Apollo con un mortale, Ischys, mentre era incinta di un figlio di Apollo. Un corvo, uccello che fino a quel momento era stato candido, portò al dio la brutta notizia ma invece della ricompensa che si aspettava fu maledetto dal dio che lo fece diventare nero. In un impeto di gelosia Apollo colpì Coronis con una freccia. Piuttosto che vedere il suo bambino morire con lei, il dio strappò il feto dal grembo della madre mentre le fiamme della pira funeraria l'avvolgevano, e lo affidò a Chirone, il centauro saggio (rappresentato nel cielo dalla costellazione del Centauro). Chirone allevò Asclepio come un figlio e gli insegnò le arti della guarigione e della caccia. Asclepio divenne talmente abile nella medicina che non solo riuscì a salvare vite umane, ma anche a resuscitare i morti. Una volta, a Creta, Glauco, il giovane figlio del re Minosse, mentre stava giocando cadde dentro un barattolo di miele e vi annegò. Asclepio era intento a osservare il corpo di Glauco, quando un serpente si avvicinò. Lui prontamente l'uccise con il suo bastone; allora si fece avanti un altro serpente con in bocca un'erba che depose sul corpo di quello morto, che magicamente ritornò in vita. Asclepio prese la stessa erba e la pose sul corpo di Glauco, e l'effetto magico si ripeté. (Robert Graves sostiene si trattasse di vischio che per gli antichi aveva forti proprietà rigenerative.) A causa di quest'incidente, dice Igino, Ofiuco è rappresentato in cielo con in mano un serpente, che è divenuto il simbolo del recupero della salute per la caratteristica che i serpenti hanno di cambiare pelle ogni anno, come se ogni volta rinascessero. Altri, però, dicono che Asclepio ricevette dalla dea Atena il sangue di Medusa la Gorgone. Il sangue che sgorgava dalle vene del suo fianco sinistro era velenoso, ma quello del fianco destro aveva il potere di fare risorgere i morti. Uno degli uomini che si suppone Asclepio abbia resuscitati fu Ippolito, figlio di Teseo, che morì precipitando dal suo carro (qualcuno lo identifica con la costellazione dell'Auriga). Mentre prendeva le erbe guaritrici, Asclepio toccò per tre volte il torace del ragazzo, pronunciando parole propiziatrici ed Ippolito sollevò la testa. Ade, dio del Mondo dell'Oltretomba, si rese presto conto che il flusso di anime morte nel suo regno si sarebbe drasticamente ridotto se questa tecnica fosse diventata di conoscenza comune. Protestò presso Zeus, il dio suo fratello, e quello colpì Asclepio con la folgore. Apollo si sentì oltraggiato per il trattamento severo riservato a suo figlio e si vendicò uccidendo i tre Ciclopi che forgiavano le folgori di Zeus. Per placare Apollo, Zeus rese Asclepio immortale (date le circostanze non era certo possibile riportarlo in vita) e lo pose fra le stelle come costellazione di Ofiuco.

Oroscopo scientifico, divulgazione scientifica