Le due imprese di Pigafetta
Divulgazione scientifica, storia della scienza, misure scientifiche, tempo
Prima impresa
La mattina del 9 luglio del 1522 la Victoria gettò l'ancora nella piccola baia della costa orientale di Sao Miguel, la più meridionale delle isole degli Avvoltoi, possedimento portoghese certo ma pur sempre cristiano. Subito i marinai sbarcarono presso il villaggio accoccolato sul promontorio a sud della baia. Scesero a terra in dodici, i due dell'equipaggio, giacché sulla Victoria si trovavano in tutto diciotto uomini, compresi il tenente, il vicentino Antonio Pigafetta e il capitano, lo spagnolo El Cano. Erano i sopravvissuti al giro del mondo di Magellano, cominciato oltre tre anni prima da San Lucar con cinque navi e duecentosessantacinque uomini di equipaggio. Quella mattina, nella piccola baia delle Azzorre, i diciotto naviganti ripresero contatto con la civiltà europea dopo oltre tre anni di navigazione verso Occidente.
Se erano sbarcati in dodici - sei portoghesi e sei italiani e con due scialuppe, non fu certo soltanto per assicurare i rifornimenti d'acqua e di viveri, ma piuttosto a causa della nostalgia furiosa che si era impadronita ormai da mesi dell'equipaggio. I quattro marinai rimasti a bordo erano tutti spagnoli; il capitano aveva loro proibito di lasciare la nave per non suscitare il sospetto delle autorità portoghesi del villaggio.
Verso mezzogiorno Pigafetta, osservando le scialuppe cariche aprirsi un varco verso la nave al ritmo ben cadenzato dei remi tra le onde lunghe e alte dell'oceano Atlantico, non riuscì a trattenere uno smisurato orgoglio nazionale riflettendo sulla circostanza che gli spagnoli, centosettanta alla partenza da San Lucar, s'erano ridotti a quattro, i portoghesi da sessanta a un decimo, mentre gli italiani s'erano appena dimezzati.
Così rifletteva pigramente Pigafetta lasciandosi cullare dal rollio della nave, quasi volesse già abbandonarsi al meritato riposo che aspetta sempre colui che ha compiuto una grande impresa. Poi il rumore delle onde fu squarciato da un grido d'uomo, un grido che, nonostante la distanza di oltre mezzo miglio, Pigafetta aveva subito riconosciuto. Era il nostromo calabrese Greco Antonio da Amantea che gridava a squarciagola in italiano: "Tenente, tenente, è giovedì non mercoledì". Una volta saliti a bordo, gli uomini avevano spiegato che secondo i portoghesi dell'isola quel giorno era giovedì dieci luglio e non mercoledì nove, come risultava dal giornale di bordo della Victoria.
Grande fu la sorpresa per tutti, in particolare per Pigafetta che curava il registro da oltre un anno, da quando aveva lasciato la nave ammiraglia ed era trasbordato sulla Victoria. Questo era accaduto il giorno dopo la battaglia di Mactan durante la quale, proprio ancora sulla battigia, morì affogato in qualche metro d'acqua Magellano, appesantito dall'armatura e dal compito generoso di proteggere i suoi uomini che fuggivano disordinatamente gli sciami di nere frecce lanciate dai filippini. Poi la spedizione, persa la guida, si era divisa: la Trinidad, centodieci tonnellate di stazza, la nave ammiraglia ora comandata da Gomez de Espinosa, con l'alberatura semidistrutta aveva salpato le ancore verso l'Isola dei Ladroni per i lavori di riparazione, mentre la Victoria, di appena ottanta tonnellate, affidata al comando di EI Cano, aveva proseguito verso Occidente secondo il piano di Magellano. Da allora, andava riflettendo Pigafetta, aveva curato il giornale di bordo annotandovi scrupolosamente ogni alba e ogni tramonto del Sole.
Il tenente s'era subito precipitato a controllare gli altri due giornali, custoditi sotto chiave a bordo: quello della Santiago che lui stesso aveva salvato su incarico dell'ammiraglio quando, quasi all'inizio del viaggio intorno al mondo, la nave - la più leggera della spedizione con le sue settantacinque tonnellate - era stata abbandonata, per decisione di Magellano, sui ghiacci aguzzi della Terra del Fuoco dopo una grave avaria del timone e quello della Conception, novanta tonnellate, che era volontariamente affondata, su ordine del suo comandante El Cano, per sfuggire alla cattura dei filippini durante la battaglia di Mactan.
Si mise a comparare minuziosamente, giorno per giorno, i tre diari alla ricerca di un errore di datazione inserito nel diario della Victoria dall'ufficiale che l'aveva preceduto nella sua incombenza. Non trovò nessuna discordanza, sicché infine persuase se stesso, il capitano e l'equipaggio che l'errore c'era ma lo avevano commesso, per qualche oscura ragione, gli abitanti dell'isola.
La Victoria riprese il mare verso la Spagna e il viaggio richiese altri due mesi, a causa delle intemperie e dell'ostilità dei portoghesi; nel frattempo l'equipaggio s'era scordato di quel singolare evento, del giorno perduto.
Ma una volta in terra di Spagna, il 5 settembre 1522 secondo il diario di bordo, in quel medesimo porto di San Lucar dal quale erano partiti il 20 settembre 1519, dovettero constatare che secondo il calendario cristiano era il 6 settembre. In accordo con la data fornita dai portoghesi delle Azzorre mancava nuovamente un giorno rispetto al computo effettuato a bordo.
Sulle prime, al momento dell'arrivo, quando ancora l'equipaggio era intento all'ormeggio, Pigafetta si attribuì l'errore anche se non riuscì a ricordare quando e come potesse averlo commesso. Ma poi tutto precipitò in un'altra direzione, imprevista. Accadde che il tenente vicentino riconobbe nel porto gli stendardi della San Antonio, la più grande delle cinque navi della spedizione, ben oltre le centodieci tonnellate. Due anni prima, il 21 ottobre del 1520, si era rifiutata di proseguire il viaggio verso occidente su istigazione del capitano Antonio de Merquisa, che aveva persuaso l'equipaggio dell'impossibilità di trovare il varco verso le Indie, e ribellandosi a Magellano presso il Capo de las Virgines, all'inizio dello stretto che dall'Atlantico conduce a quel nuovo grande mare denominato Pacifico proprio da Magellano, aveva invertito la rotta puntando la prua a Oriente.
Quella mattina stessa Pigafetta era salito a bordo della San Antonio, tornata in Spagna da oltre un anno, e malgrado le difficoltà frapposte dal disertore Merquisa ormai votato, come tosto apprese, alla calunnia di Magellano riuscì a controllare sul diario della nave la data corrispondente all'ammutinamento di Capo de las Virgines. Ancora una volta le date coincidevano. E, d'altro canto, il diario della San Antonio non presentava alcun giorno perduto rispetto al calendario cristiano.
Dacché Pigafetta aveva appurato che tanto i naviganti quanto coloro che erano rimasti a terra avevano computato il tempo senza errore, la questione del giorno perduto divenne un'ossessione. Non ne andava solo del suo onore di ufficiale, bensì della comprensione di una proprietà del tempo che sembrava rivelarsi solo nei lunghi viaggi di andata e ritorno, senza inversione di direzione; proprietà nella quale non ci si era imbattuti prima soltanto perché non si era mai compiuta la circumnavigazione del globo. In altri termini, così ragionava Pigafetta, il computo del tempo effettuato da un marinaio che fa il periplo della Terra verso occidente, da San Lucar a San Lucar, differisce dal computo della moglie del marinaio che nel frattempo è rimasta ad attenderlo a San Lucar.
Pigafetta era tanto catturato da un simile enigma che, ottenuta una speciale autorizzazione da Carlo V messo discretamente a parte del fenomeno, si sottrasse ai festeggiamenti per rinchiudersi nella grande biblioteca di Cordoba, fondata dai Mori: qui, tra l'odore di inchiostri e le ragnatele, portò a termine quella che possiamo considerare la seconda e maggiore sua impresa.
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